Benvenuti a “Foodtopia”. Il futuro della ristorazione è già qui
Per i “Foodtopians” il cibo è celebrazione, un’esperienza trascendentale. Un futuro che è già presente nella città di Asheville negli Usa, dove ogni persona ha una storia e ha fondato un suo speciale reparto gastronomico
Cari ristoratori vicini e lontani, cari cuochi veri o presunti, cari produttori e “zerochilometristi” vicini e lontani: preparatevi al futuro della ristorazione. Sicuramente pochi di voi - forse nessuno - ha vissuto gli anni dell’economia autarchica fascista, quando il caffè si faceva con la cicoria e il grano si coltivava anche lungo le sponde del Naviglio Grande. Oggi questo sistema di vita enogastronomica si chiama “Foodtopia”, un bellissimo neologismo che unisce cibo ed utopia, ordine e anarchia.

Ebbene, questo sta accadendo negli Usa, esattamente nella cittadina di Asheville, in North Carolina, una comunità a metà fra un kibbutz, un kolkhotz e una comune anarchica. Per i “Foodtopians” il cibo è celebrazione, un’esperienza trascendentale. Ogni persona che vive ad Asheville ha una storia e ha fondato un suo speciale reparto gastronomico. Ad esempio, Mr. Badr gestisce il Jerusalem Garden Cafe, Mr. Bauer fa il pasticcere e pizzaiolo, Rosetta Buan ha un ristorante vegetariano, e poi c’è il distillatore, il mastro birraio, ecc. Ecco la città del cibo, quello che sarà il futuro della ristorazione fuori dall’Italietta dei campanili e delle parrocchie dei gastronomi nostrani.
Tempo fa avevo già preannunciato la fine della ristorazione, almeno quella classica, e ora mentre scrivo uno chef parla del suo bagno e del suo soggiorno. Amici, mettiamoci il cuore in pace, non sarà una cotoletta a salvare la ristorazione. Provate a girare le grandi città, magari da Milano, e troverete le prime sorprese con buona pace dei puristi della ristorazione.
Sarà un bene? sarà un male? Certo penso che il modello di Foodtopia per ora è lontano - e un po’ mi dispiace - dalla mentalità italiana, ma penso che presto ci arriveremo. Cinquant’anni fa una canzone parlava del “Suono del Silenzio”, che nelle sue ultime strofe dice: «Le parole dei profeti sono scritte sui muri della metropolitana e negli androni dei palazzi, e diventano sussurro nel suono del silenzio». Ora è un sussurro, ma Foodtopia diventerà musica in cucina. Ringrazio Mr. Simon e Mr. Garfunkel. Meno guide, più musica e poesia!

Ebbene, questo sta accadendo negli Usa, esattamente nella cittadina di Asheville, in North Carolina, una comunità a metà fra un kibbutz, un kolkhotz e una comune anarchica. Per i “Foodtopians” il cibo è celebrazione, un’esperienza trascendentale. Ogni persona che vive ad Asheville ha una storia e ha fondato un suo speciale reparto gastronomico. Ad esempio, Mr. Badr gestisce il Jerusalem Garden Cafe, Mr. Bauer fa il pasticcere e pizzaiolo, Rosetta Buan ha un ristorante vegetariano, e poi c’è il distillatore, il mastro birraio, ecc. Ecco la città del cibo, quello che sarà il futuro della ristorazione fuori dall’Italietta dei campanili e delle parrocchie dei gastronomi nostrani.
Tempo fa avevo già preannunciato la fine della ristorazione, almeno quella classica, e ora mentre scrivo uno chef parla del suo bagno e del suo soggiorno. Amici, mettiamoci il cuore in pace, non sarà una cotoletta a salvare la ristorazione. Provate a girare le grandi città, magari da Milano, e troverete le prime sorprese con buona pace dei puristi della ristorazione.
Sarà un bene? sarà un male? Certo penso che il modello di Foodtopia per ora è lontano - e un po’ mi dispiace - dalla mentalità italiana, ma penso che presto ci arriveremo. Cinquant’anni fa una canzone parlava del “Suono del Silenzio”, che nelle sue ultime strofe dice: «Le parole dei profeti sono scritte sui muri della metropolitana e negli androni dei palazzi, e diventano sussurro nel suono del silenzio». Ora è un sussurro, ma Foodtopia diventerà musica in cucina. Ringrazio Mr. Simon e Mr. Garfunkel. Meno guide, più musica e poesia!


