Bio o non bio, l’importante è evitare l’imbroglio
Secondo le statistiche gli italiani che consumano cibo biologico sono aumentati del 21% nei primi 6 mesi del 2016. Capita però che alcuni alimenti “tradizionali” vengano spacciati per bio. Bisogna aumentare i controlli
Nei primi sei mesi del 2016 - dicono le statistiche, da prendere comunque sempre con le pinze - in Italia si sarebbe registrato un aumento del 21% nelle vendite di prodotti alimentari biologici. Gli italiani, dunque, sceglierebbero sempre più prodotti coltivati o allevati in modo assolutamente naturale, senza fertilizzanti chimici o prodotti geneticamente modificati, senza aumento artificiale della conservabilità, senza uso di antibiotici, con rispetto dei cicli naturali di coltivazione e maturazione, rispettando la qualità della vita degli animali allevati.

Tutte belle cose ma, considerato che il bio costa circa il doppio del “tradizionale”, siamo sicuri che sia veramente biologico? Ovviamente a questo punto entrano in ballo i controlli: cioè che il marchio commerciale di “bio” sbandierato da una azienda sia stato prima assegnato con regolarità da uno dei 14 organismi che in Italia accertano il rispetto delle regole, quindi che Accredia (l’ente che, a sua volta, vigila sui 14 organismi e i laboratori di analisi) svolga con regolarità e intensità le verifiche previste. Ancora una volta siamo al punto dolente: in generale in Italia i controlli sono spesso rari o superficiali e soprattutto le condanne sono spesso leggere o vanno in prescrizione.
Come ha denunciato recentemente la trasmissione di Rai3 “Report”, grano non biologico è stato spacciato per bio. Cibo scaduto o avariato o senza indicazione di provenienza si trova qua e là con estrema facilità. Chi e quando pagherà? In Italia si sta diffondendo un pericoloso lassismo, le carceri sono insufficienti e strapiene, molti reati restano impuniti. Questo sul “bio” però ci tocca da vicino come quello sulla sicurezza: è un attentato alla nostra salute e alla nostra vita, oltre che al portafogli. Ci vorrebbe un pugno più duro.

Tutte belle cose ma, considerato che il bio costa circa il doppio del “tradizionale”, siamo sicuri che sia veramente biologico? Ovviamente a questo punto entrano in ballo i controlli: cioè che il marchio commerciale di “bio” sbandierato da una azienda sia stato prima assegnato con regolarità da uno dei 14 organismi che in Italia accertano il rispetto delle regole, quindi che Accredia (l’ente che, a sua volta, vigila sui 14 organismi e i laboratori di analisi) svolga con regolarità e intensità le verifiche previste. Ancora una volta siamo al punto dolente: in generale in Italia i controlli sono spesso rari o superficiali e soprattutto le condanne sono spesso leggere o vanno in prescrizione.
Come ha denunciato recentemente la trasmissione di Rai3 “Report”, grano non biologico è stato spacciato per bio. Cibo scaduto o avariato o senza indicazione di provenienza si trova qua e là con estrema facilità. Chi e quando pagherà? In Italia si sta diffondendo un pericoloso lassismo, le carceri sono insufficienti e strapiene, molti reati restano impuniti. Questo sul “bio” però ci tocca da vicino come quello sulla sicurezza: è un attentato alla nostra salute e alla nostra vita, oltre che al portafogli. Ci vorrebbe un pugno più duro.


