Prendo spunto da una serie di episodi e analisi, che in questa torrida estate sono in qualche maniera collegabili. La Grande distribuzione organizzata, complice il ferragosto a cavallo di una domenica, in molti casi ha tenuto aperto i propri punti vendita, con una offerta agostana farcita di sconti e promozioni che hanno dell’incredibile: una catena del nord Italia, ha offerto decine, anzi centinaia di prodotti, food e non solo, a 0,98 centesimi e sconti che superavano il 60%.

Altre catene hanno “semplicemente” offerto prodotti con lo sconto del 50%, in tanti casi prodotti e alimenti di brand importanti, non solo prodotti civetta, ma una offerta che in apparenza sembra in linea con la percezione di una crisi economica ben lontana dall’essere alle spalle. Il desiderio di una vendita premiante indirizzata a chi non è andato in vacanza o il tentativo di creare una liquidità rapida e veloce? O forse di svuotare magazzini abbastanza pieni, complice la crisi dei consumi interni?



Siamo ormai agli inizi di un settembre un po’ fosco, e regna una confusione sovrana: la Cina in tilt, gli Usa al contrario segnano una crescita di oltre il 3,5%, un Ministro italiano si scusa affermando che i nuovi assunti grazie al Jobs act non sono 670mila ma circa la metà, l’Istat che a ogni comunicazione sullo stato dell’arte in Italia, ci racconta di un paese, nonostante le buone intenzioni governative dove i consumi e la disoccupazione sono fermi.

Eccezionale poi, l’analisi del successo del turismo interno che ha visto un exploit di presenze di italiani: 5 milioni di presenze in più, peccato che la verità sia un’altra. Gli italiani sono rimasti qui, grazie alle guerre e a una situazione non molto tranquilla di quasi di tutto il mediterraneo africano che non consigliava una vacanza in terre turisticamente molto quotate anche per i costi bassi. Osserviamo in ogni caso una Spagna, apparentemente in crescita, e una Grecia sempre più vicina a un default. Numeri difficili da interpretare e che non aiutano lo stato d’animo generale.

Ma la ristorazione non è da meno, anche qui la confusione regna sovrana. Leggendo i social, sentendo gli amici, osservando il settore, la sensazione è che ci sia una tendenza al ribasso. Molti ristoratori raccontano situazioni grottesche di richieste con prezzi talmente bassi da sfiorare una marginalità del tutto assente ed evidentemente in un mercato dove la novità sono gli “all you can eat” a 12/15 euro tutto compreso, chiaro che la percezione di un cibo che costa poco rischia di far crollare la qualità.

Faccio un esempio, giorni fa su Facebook un cuoco illustrava il metodo di cottura di un taglio di maiale, la lonza, che cotta a bassa temperatura offriva un alto livello di morbidezza, ideale per creare un piatto simile al vitello tonnato, ma fatto con la lonza, perciò mi sono permesso di chiedere se poi il titolo sul menu sarebbe stato vitello tonnato. Per intenderci la lonza di maiale può costare intorno ai 5 euro al kg, un magatello di vitello, ideale per questa ricetta supera i 15 euro al kg. È evidente la differenza di costo del piatto, ma per un palato normale è anche difficile percepirne la differenza. Quanti in questa torrida estate avranno mangiato un vitello tonnato realizzato con la lonza di maiale? Forse in tanti, costava poco.

In questo “strano” paese dove l’evento irrepetibile per i prossimi 60 anni, l’Expo è nell’occhio del ciclone, tanto che gli sconti sui biglietti d’ingresso e anche gli sconti sul cibo per fasce di età sono ormai l’unica vera comunicazione che viene realizzata con l’obiettivo di riempire i padiglioni per tentare di pareggiare i costi d’esercizio, quanto costa il cibo, quanto costa il vino?

Non ultimo, la polemica su Albano Carrisi, cantante e produttore di vini nella sua Puglia, venduti in promozione a 2 euro la bottiglia nei supermercati Coop. Una polemica a cavallo tra il gossip e una critica più o meno velata su tutta la rete; Albano che ha sempre difeso la qualità dei suoi vini si è difeso comunicando che lui il vino alla Coop lo vende a 3,50 euro, «se poi la stessa per attrarre clienti lo vende perdendoci, cosa posso farci io?».

Slow food attacca il produttore, chiedendogli come fa a vendere a prezzi così bassi. Già, ma proviamo a indagare oltre: come fa la Gdo a vendere bottiglioni di vino con fascette Doc e Docg a tre euro per ciascun bottiglione? Le cooperative e i consorzi fanno miracoli e poi sugli stessi scaffali primeggiano bottiglie di Franciacorta a 30 euro a bottiglia. Ma noi non vogliamo fare gossip, solo cercare di capire cosa realmente succede intorno al cibo. Pare incredibile, che nonostante l’abbondanza di vino, parliamo dell’Oltrepo Pavese e di Broni in particolare, milioni di bottiglie di vino, sia pure senza danni alla salute, ma solo per frode commerciale, siano vendute senza contenere ciò che l’etichetta descrive.

Facilità di guadagno? Capacità di aggirare le regole? Mi chiedo cosa ne pensi il consumatore; ha fiducia nel settore? Ma il caso dei pomodori è ancora di più eclatante. Una situazione che ci narra di fatiche, di schiavitù e di morti tra i braccianti nelle zone di coltivazione. Anche in questo caso si tratta di agricoltori e imprenditori fuorilegge? Oppure anche qui il costo del cibo ha la sua importanza? Mi spiego: quanto costa il pomodoro fresco che poi viene in massima parte venduto alle aziende conserviere?



Ha qualche corrispondenza il costo agricolo del pomodoro con il guadagno dell’agricoltore e di conseguenza la ricompensa del bracciante? È mai possibile che un vasetto di salsa di pomodoro al supermercato costi meno di un euro? Considerando il vaso di vetro, il coperchio, l’etichetta e la contro etichetta, o la lattina con l’apertura facile, i costi di trasformazione, di imballaggio, di trasporto, di distribuzione, di marginalità di almeno tre soggetti, tra cui il produttore agricolo, il trasformatore industriale, il venditore, come è possibile che ognuno di questi soggetti abbia un guadagno dignitoso e poi la scatola è venduta a 80 centesimi al supermercato? Probabilmente il pomodoro non costa nulla, o l’agricoltore non è remunerato a sufficienza, oppure questo è il retro di una situazione di cui si parla troppo poco? Quanto paga l’industria conserviera il prodotto agricolo? O forse, questa mancanza di marginalità e di guadagno è il motivo per cui i nostri negozi sono pieni di limoni argentini e cileni, di arance del Sud Africa o della Spagna e in ogni caso di frutta e verdura non italiana?

I costi di produzione in Italia sono molto più alti rispetto a quelli dei paesi in via di sviluppo, allora come è possibile che al supermercato i limoni argentini costino meno di quelli siciliani? Il trasporto non incide? Ma la domanda vera è dove sono i nostri limoni? Tra l’altro dopo una analisi degustativa risulta che i nostri sono infinitamente più buoni.

Gli esempi a riguardo sarebbero decine e decine, senza voler toccare prodotti come l’olio d’oliva, la pasta, i formaggi. Quanto costa il cibo? Questa è la domanda che giriamo volentieri ai diretti interessati, la Coldiretti, la Confagricoltura e agli altri attori del settore. Sono convinto che una seria discussione sull’argomento, sulla qualità del cibo e sul suo costo sia ormai indispensabile, in difesa della nostra agricoltura, della nostra storia gastronomica e della cultura dei nostri territori.