Crisi del Parmigiano Reggiano. Via d’uscita: programmazione produttiva
Audizione alla commissione Agricoltura del Senato sulla crisi del Parmigiano Reggiano. Tra le cause la stagnazione dei consumi interni e il forte aumento produttivo di latte in tutta Europa che ha fatto crollare i prezzi
Per fronteggiare la difficile situazione del comparto produttivo del Parmigiano Reggiano, segnata dal crollo delle quotazioni e dal calo dei consumi, i produttori dovranno essere capaci di utilizzare al meglio gli strumenti di cui sono in possesso, in primo luogo attraverso il Consorzio di Tutela che ha adottato il piano produttivo, previsto dal cosiddetto “Pacchetto Latte” adottato dall’Unione europea, al fine di bilanciare l’offerta e la domanda. Lo ha sostenuto l’Alleanza delle cooperative agroalimentari nel corso di una audizione alla commissione Agricoltura del Senato sulla crisi del Parmigiano Reggiano, a cui hanno partecipato le Organizzazioni agricole e cooperative.

«Sosteniamo la scelta del Consorzio - ha sostenuto l’Alleanza delle cooperative - che ha trovato una soluzione per stabilizzare i prezzi verso l’alto proprio attraverso l’applicazione del piano produttivo. A tale strumento andrà poi aggiunto anche un’efficace azione di promozione e tutela di questa grande Dop sia in Italia che in ambito europeo, con l’obiettivo di stimolare anche i consumi nei mercati dove il Parmigiano Reggiano è già presente e soprattutto nei nuovi mercati emergenti».
La crisi del Parmigiano Reggiano è stata causata sia da una generale stagnazione dei consumi nazionali, aggravati dagli effetti indiretti dell’embargo Russo sui prodotti lattiero - caseari, che da un forte aumento produttivo di latte in tutta Europa, produzione stimolata dall’imminente abolizione del regime delle quote latte che si sta ripercuotendo inevitabilmente a livello nazionale con la riduzione dei prezzi del latte, collegati ad una offerta di latte spot che nel corso del 2014 è passata da 47 a 35 centesimi/litro prezzo destinato ad ulteriori diminuzioni.
Giuseppe Alai: «Strategico il governo della produzione»
Si è aperto con un ampio spaccato sulla situazione del comparto l’intervento del presidente del Consorzio del Parmigiano Reggiano, Giuseppe Alai (nella foto a sinistra), nel corso dell’audizione in commissione Agricoltura del Senato sulle problematiche della filiera nell’ambito della più ampia situazione lattiero casearia italiana. Alai ha evidenziato, in primo luogo, l’eterogeneità delle caratteristiche degli allevamenti e delle diverse condizioni produttive che connotano (anche in termini di costi) le imprese del territorio.
«Nelle aree montane - ha sottolineato il presidente del Consorzio - la media produttiva annua di un allevamento è pari a 2.900 quintali rispetto ad un dato medio comprensoriale pari a 4.900 quintali. I primi 5 allevamenti - ha aggiunto - producono 535mila quintali di latte, cifra pari a quella che realizzano, insieme, i 750 allevamenti più piccoli; una situazione analoga si registra anche a livello di strutture di trasformazione, laddove i primi 6 caseifici producono 360mila, corrispondenti a quelle che annualmente escono dai 130 caseifici più piccoli del comprensorio».
«In una situazione che registra pesanti difficoltà a carico di tutti gli allevamenti, ma con aggravi specifici per quelli operanti in montagna e per i giovani allevatori che si sono insediati più recentemente - ha proseguito Alai - non è pensabile che possa essere lasciata al mercato una selezione fra allevatori e caseifici che indebolirebbe tutto il sistema, perché non esistono condizioni che possano avvantaggiare un modello o una dimensione rispetto ad un’altra in una filiera in cui il protagonista è un prodotto artigianale, alle cui quotazioni si legano le prospettive di reddito di ogni tipologia d’impresa».
Il presidente del Consorzio ha poi sottolineato la delicatezza del passaggio che sta avvenendo sul versante produttivo: da una parte, infatti, con la cessazione del regime delle quote latte si passerà da una produzione contingentata per trent’anni ad un regime libero le cui ripercussioni segneranno profondamente il futuro del settore in Europa, mentre dall’altra si è già arrivati, nell’ambito del sistema Parmigiano Reggiano, alla gestione volontaria di una regolazione dell’offerta legata direttamente ai produttori, visto che proprio il Consorzio del Parmigiano Reggiano è l’unico ente di tutela che ha assegnato le quote latte da trasformare in formaggio direttamente agli allevatori.
«A fronte della debolezza che i caseifici scontano sul versante della commercializzazione diretta (con il passaggio del prodotto a commercianti stagionatori che a propria volta si relazionano con il mondo della distribuzione), proprio il governo della produzione - ha detto Alai - è un elemento strategico, attraverso il quale, come se fossimo di fronte ad un’unica “fabbrica”, si punta ad orientare e governare il mercato, con una diretta ricaduta sull’esito delle contrattazioni e delle quotazioni, i cui andamenti sono positivi o negativi proprio in base all’entità quantitativa dell’offerta».
Coldiretti: «Il Consorzio faccia il proprio lavoro»
«Prima di pensare alla riduzione della produzione, il Consorzio del Parmigiano Reggiano dovrebbe tornare a valorizzare il prodotto in Italia e all’estero, che in questi anni è stato abbandonato o ceduto nelle mani di altri soggetti, facendo il lavoro che gli compete», ha affermato il vicepresidente nazionale della Coldiretti, Mauro Tonello (nella foto accanto), nel corso dell’audizione. «L’attuale governance del Consorzio ha dimostrato grossi limiti visto che altri formaggi similari hanno raddoppiato negli anni la produzione e conquistato fette di mercato a scapito del Parmigiano. Colpa anche del fatto che è stata completamente abbandonata l’attività di pubblicità in Italia, una scelta estremamente discutibile visto e considerato che il consumo nazionale rappresenta comunque il 70% del totale».
«Al tempo stesso - ha proseguito Tonello - l’attività promozionale all’estero è stata lasciata nelle mani degli esportatori. Strade che si sono dimostrate sbagliate che imporrebbero a questo punto una riflessione su un cambio di governance all’interno del Consorzio stesso. Un Consorzio che ha preferito svolgere direttamente attività in campo commerciale le cui perdite hanno drenato ingenti risorse che potevano essere invece impiegate nella valorizzazione e in una campagna pubblicitaria efficace rispetto a una situazione che vede oggi prevalere nel consumatore la conoscenza più di marche private che del Parmigiano Reggiano in generale».

«Sosteniamo la scelta del Consorzio - ha sostenuto l’Alleanza delle cooperative - che ha trovato una soluzione per stabilizzare i prezzi verso l’alto proprio attraverso l’applicazione del piano produttivo. A tale strumento andrà poi aggiunto anche un’efficace azione di promozione e tutela di questa grande Dop sia in Italia che in ambito europeo, con l’obiettivo di stimolare anche i consumi nei mercati dove il Parmigiano Reggiano è già presente e soprattutto nei nuovi mercati emergenti».
La crisi del Parmigiano Reggiano è stata causata sia da una generale stagnazione dei consumi nazionali, aggravati dagli effetti indiretti dell’embargo Russo sui prodotti lattiero - caseari, che da un forte aumento produttivo di latte in tutta Europa, produzione stimolata dall’imminente abolizione del regime delle quote latte che si sta ripercuotendo inevitabilmente a livello nazionale con la riduzione dei prezzi del latte, collegati ad una offerta di latte spot che nel corso del 2014 è passata da 47 a 35 centesimi/litro prezzo destinato ad ulteriori diminuzioni.
Giuseppe Alai: «Strategico il governo della produzione»
Si è aperto con un ampio spaccato sulla situazione del comparto l’intervento del presidente del Consorzio del Parmigiano Reggiano, Giuseppe Alai (nella foto a sinistra), nel corso dell’audizione in commissione Agricoltura del Senato sulle problematiche della filiera nell’ambito della più ampia situazione lattiero casearia italiana. Alai ha evidenziato, in primo luogo, l’eterogeneità delle caratteristiche degli allevamenti e delle diverse condizioni produttive che connotano (anche in termini di costi) le imprese del territorio.
«Nelle aree montane - ha sottolineato il presidente del Consorzio - la media produttiva annua di un allevamento è pari a 2.900 quintali rispetto ad un dato medio comprensoriale pari a 4.900 quintali. I primi 5 allevamenti - ha aggiunto - producono 535mila quintali di latte, cifra pari a quella che realizzano, insieme, i 750 allevamenti più piccoli; una situazione analoga si registra anche a livello di strutture di trasformazione, laddove i primi 6 caseifici producono 360mila, corrispondenti a quelle che annualmente escono dai 130 caseifici più piccoli del comprensorio».«In una situazione che registra pesanti difficoltà a carico di tutti gli allevamenti, ma con aggravi specifici per quelli operanti in montagna e per i giovani allevatori che si sono insediati più recentemente - ha proseguito Alai - non è pensabile che possa essere lasciata al mercato una selezione fra allevatori e caseifici che indebolirebbe tutto il sistema, perché non esistono condizioni che possano avvantaggiare un modello o una dimensione rispetto ad un’altra in una filiera in cui il protagonista è un prodotto artigianale, alle cui quotazioni si legano le prospettive di reddito di ogni tipologia d’impresa».
Il presidente del Consorzio ha poi sottolineato la delicatezza del passaggio che sta avvenendo sul versante produttivo: da una parte, infatti, con la cessazione del regime delle quote latte si passerà da una produzione contingentata per trent’anni ad un regime libero le cui ripercussioni segneranno profondamente il futuro del settore in Europa, mentre dall’altra si è già arrivati, nell’ambito del sistema Parmigiano Reggiano, alla gestione volontaria di una regolazione dell’offerta legata direttamente ai produttori, visto che proprio il Consorzio del Parmigiano Reggiano è l’unico ente di tutela che ha assegnato le quote latte da trasformare in formaggio direttamente agli allevatori.
«A fronte della debolezza che i caseifici scontano sul versante della commercializzazione diretta (con il passaggio del prodotto a commercianti stagionatori che a propria volta si relazionano con il mondo della distribuzione), proprio il governo della produzione - ha detto Alai - è un elemento strategico, attraverso il quale, come se fossimo di fronte ad un’unica “fabbrica”, si punta ad orientare e governare il mercato, con una diretta ricaduta sull’esito delle contrattazioni e delle quotazioni, i cui andamenti sono positivi o negativi proprio in base all’entità quantitativa dell’offerta».
Coldiretti: «Il Consorzio faccia il proprio lavoro»
«Prima di pensare alla riduzione della produzione, il Consorzio del Parmigiano Reggiano dovrebbe tornare a valorizzare il prodotto in Italia e all’estero, che in questi anni è stato abbandonato o ceduto nelle mani di altri soggetti, facendo il lavoro che gli compete», ha affermato il vicepresidente nazionale della Coldiretti, Mauro Tonello (nella foto accanto), nel corso dell’audizione. «L’attuale governance del Consorzio ha dimostrato grossi limiti visto che altri formaggi similari hanno raddoppiato negli anni la produzione e conquistato fette di mercato a scapito del Parmigiano. Colpa anche del fatto che è stata completamente abbandonata l’attività di pubblicità in Italia, una scelta estremamente discutibile visto e considerato che il consumo nazionale rappresenta comunque il 70% del totale». «Al tempo stesso - ha proseguito Tonello - l’attività promozionale all’estero è stata lasciata nelle mani degli esportatori. Strade che si sono dimostrate sbagliate che imporrebbero a questo punto una riflessione su un cambio di governance all’interno del Consorzio stesso. Un Consorzio che ha preferito svolgere direttamente attività in campo commerciale le cui perdite hanno drenato ingenti risorse che potevano essere invece impiegate nella valorizzazione e in una campagna pubblicitaria efficace rispetto a una situazione che vede oggi prevalere nel consumatore la conoscenza più di marche private che del Parmigiano Reggiano in generale».

