Un’Italia rinnovata parte anche dallo stop agli snack alle casse
Dolcetti, cioccolatini o merendine non dovrebbero più occupare posizioni che spingono a scelte impulsive. Dal Governo ci aspettiamo provvedimenti per invertire la tendenza che vede i nostri bambini mangiare sempre peggio
Basta snack vicino alle casse. Ci associamo all’appello lanciato da “Il Fatto Alimentare”, e sostenuto dall’Unione consumatori, per chiedere che dalle casse dei supermercati sparisca tutto il peggio che a livello di cibo si può proporre a dei bambini.
Dolcetti, caramelle, cioccolatini o merendine - che devono essere frutto di acquisti attenti e responsabili - non dovrebbero più occupare le posizioni che spingono a scelte impulsive. In Francia e in Gran Bretagna alcune importanti catene distributive lo hanno già fatto visti i crescenti danni a livello di salute delle giovani generazioni in Europa, sempre più affette da obesità o diabete. In Italia, dove abbiamo il triste primato dei bambini più grassi d’Europa, ormai al livello degli Stati Uniti, non c’è una sola marca di grande distribuzione che al momento si sia posta un problema che, prima ancora che etico, è educativo.
Da un Governo che annuncia norme su etichette più chiare e veritiere e sembra, forse, volersi finalmente interessare di quello che mangiamo, ci aspettiamo anche qualche provvedimento decisivo per invertire la drammatica tendenza che vede i nostri bambini mangiare sempre peggio. Occorre insegnare alle giovani famiglie cosa è meglio per l’alimentazione dei figli. Si tratta di un obiettivo strategico che riguarda i ministeri della Pubblica istruzione, della Salute e delle Politiche agricole in primo luogo, ma indirettamente anche tutta la filiera produttiva compresi i ristoratori, che possono offrire alternative interessanti capaci di coinvolgere i bambini attorno al tema del cibo.
In ballo ci sono interessi sociali ed economici enormi. I primi, evidenti ed immediati, riguardano il benessere e lo stato di salute delle nuove generazioni, destinate altrimenti a diventare un peso insostenibile in futuro per le strutture assistenziali che già oggi si fanno carico di un peso eccessivo per il problema obesità. Non secondaria è poi la scelta di sviluppo e di stile di un Paese che, come l’Italia, non può rinunciare ad un valore aggiunto come la nostra qualità di vita e la nostra alimentazione.
Insegnare ai bambini a riconoscere ed apprezzare il buono e il bello nel cibo (e non le porcherie importate da modelli esteri) vuol dire preparare nuove generazioni di consumatori attenti e responsabili. Il che, tradotto nella pratica, vuol dire rafforzare le aziende produttrici più sane del Paese, facendole crescere sul piano della qualità riconosciuta dal mercato, evitando quelle scorciatoie che ci sono così drammaticamente ricordate tutti i giorni dai sequestri dei Nas e delle forze dell’ordine per prodotti alimentari adulterati.
Se non reimpariamo a riconoscere gli alimenti sani dalle porcherie (che spesso solo apparentemente costano di meno), appuntamenti come l’Expo saranno veramente inutili. Ne va del futuro di un Paese che vuole rialzare la testa per respirare aria pulita dopo anni di malaffare politico (e lo schifo che emerge dalla laguna di Venezia con lo scandalo del Mose è solo l’ultimo segnale del degrado a cui eravamo arrivati) e che non deve pagare il prezzo di un’alimentazione malata per imbrogli da galera o disinteresse delle istituzioni.
Dolcetti, caramelle, cioccolatini o merendine - che devono essere frutto di acquisti attenti e responsabili - non dovrebbero più occupare le posizioni che spingono a scelte impulsive. In Francia e in Gran Bretagna alcune importanti catene distributive lo hanno già fatto visti i crescenti danni a livello di salute delle giovani generazioni in Europa, sempre più affette da obesità o diabete. In Italia, dove abbiamo il triste primato dei bambini più grassi d’Europa, ormai al livello degli Stati Uniti, non c’è una sola marca di grande distribuzione che al momento si sia posta un problema che, prima ancora che etico, è educativo.
Da un Governo che annuncia norme su etichette più chiare e veritiere e sembra, forse, volersi finalmente interessare di quello che mangiamo, ci aspettiamo anche qualche provvedimento decisivo per invertire la drammatica tendenza che vede i nostri bambini mangiare sempre peggio. Occorre insegnare alle giovani famiglie cosa è meglio per l’alimentazione dei figli. Si tratta di un obiettivo strategico che riguarda i ministeri della Pubblica istruzione, della Salute e delle Politiche agricole in primo luogo, ma indirettamente anche tutta la filiera produttiva compresi i ristoratori, che possono offrire alternative interessanti capaci di coinvolgere i bambini attorno al tema del cibo.
In ballo ci sono interessi sociali ed economici enormi. I primi, evidenti ed immediati, riguardano il benessere e lo stato di salute delle nuove generazioni, destinate altrimenti a diventare un peso insostenibile in futuro per le strutture assistenziali che già oggi si fanno carico di un peso eccessivo per il problema obesità. Non secondaria è poi la scelta di sviluppo e di stile di un Paese che, come l’Italia, non può rinunciare ad un valore aggiunto come la nostra qualità di vita e la nostra alimentazione.
Insegnare ai bambini a riconoscere ed apprezzare il buono e il bello nel cibo (e non le porcherie importate da modelli esteri) vuol dire preparare nuove generazioni di consumatori attenti e responsabili. Il che, tradotto nella pratica, vuol dire rafforzare le aziende produttrici più sane del Paese, facendole crescere sul piano della qualità riconosciuta dal mercato, evitando quelle scorciatoie che ci sono così drammaticamente ricordate tutti i giorni dai sequestri dei Nas e delle forze dell’ordine per prodotti alimentari adulterati.
Se non reimpariamo a riconoscere gli alimenti sani dalle porcherie (che spesso solo apparentemente costano di meno), appuntamenti come l’Expo saranno veramente inutili. Ne va del futuro di un Paese che vuole rialzare la testa per respirare aria pulita dopo anni di malaffare politico (e lo schifo che emerge dalla laguna di Venezia con lo scandalo del Mose è solo l’ultimo segnale del degrado a cui eravamo arrivati) e che non deve pagare il prezzo di un’alimentazione malata per imbrogli da galera o disinteresse delle istituzioni.


