Dall'Ue restrizioni alimentari eccessive. Addio ai piatti tipici tradizionali?
Sotto accusa alcune norme europee sulla sicurezza alimentare, lesive nei confronti dei prodotti della tradizione gastronomica. Il rischio è che alcuni piatti tipici vengano snaturati in nome della libera concorrenza
Addio ai piatti tipici tradizionali, dalla pajata all’ossobuco alla finanziera alla piemontese, costretti ad essere modificati dai vincoli sanitari europei del passato, ma anche agli ormai introvabili cannolicchi Made in Italy a causa di discutibili norme ambientali, mentre nessuna misura è stata adottata per impedire che la carne o i formaggi derivanti da animali clonati o delle loro progenie arrivi in tavola con le importazioni da Paesi come Canada, Argentina, Brasile, Stati Uniti dove tale pratica si è rapidamente diffusa da anni.

È quanto denuncia la Coldiretti che ha aperto l’esposizione “Con trucchi ed inganni l'Unione europea apparecchia le tavole degli italiani" al maxi raduno con 10mila agricoltori dalle diverse regioni a Mico - Fiera Milano Congressi con il presidente nazionale Roberto Moncalvo.
Se a partire dal primo giugno 2010 sono entrate in vigore le nuove norme sulla pesca dell’Unione europea che di fatto hanno fatto sparire dalle tavole degli italiani specialità della tradizione gastronomica regionale con il divieto di pesca-raccolta dei molluschi a distanza inferiore di 0,3 miglia marine dalla battigia, areali dove si concentra il 70% delle vongole ed il 100% delle telline e dei cannolicchi, a far piazza pulita della pajata e dell’ossobuco alla finanziera alla piemontese sono state le restrizioni sanitarie adottate nel luglio 2001 per far fronte all’emergenza mucca pazza (Bse).
Tali restrizioni sono ancora mantenute nonostante il giudizio positivo dell'Organizzazione mondiale per la sanità animale (Oie) che nel giugno del 2013, nell'ambito dell'Assemblea generale dell’Oie, ha ufficialmente sancito per l'Italia il nuovo stato sanitario per l'encefalopatia spongiforme bovina (Bse), con il passaggio dall'attuale livello di rischio “controllato” a quello “trascurabile", il più basso, riconosciuto a 19 Paesi, sui 178 aderenti all'Oie, tra i quali Italia, Giappone, Israele, Olanda, Slovenia e Usa che dovrebbe portare anche alla revisione dell'elenco degli organi a rischio che dovrà essere adottata dalla Commissione europea.

La pajata è il termine romanesco per definire la prima parte dell'intestino tenue del vitello da latte che è stato oggi sostituito nei ristoranti e nelle trattorie dall'intestino d'agnello. È l'ingrediente principale di uno dei piatti più tipici della cultura gastronomica della capitale: i rigatoni con la pajata ma in alternativa può essere proposta alla brace, in forma di spiedino. E ancora manca dalle tavole anche l’originale ossobuco alla Finanziera alla piemontese, noto piatto medioevale tanto amato da Cavour, composto da varie frattaglie e animelle di vitello considerate per un decennio vero tabù e bandito da tutte e tavole per un oltre un decennio.
L’Unione europea non ha però adottato misure adeguate per impedire che la carne o i formaggi derivanti da animali clonati o delle loro progenie arrivi in tavola con le importazioni da Paesi come Canada, Argentina, Brasile, Stati Uniti dove tale pratica si è rapidamente diffusa da anni. Attualmente secondo quanto riportato dalla Commissione europea, la clonazione non è utilizzata per la produzione alimentare all'interno dell’Unione Europea poiché sarebbe necessaria una autorizzazione. A differenza ci sono evidenti rischi per le produzioni importate dall'estero anche alla luce della trattativa in corso sull'accordo di libero scambio tra Ue e gli Stati Uniti.

È quanto denuncia la Coldiretti che ha aperto l’esposizione “Con trucchi ed inganni l'Unione europea apparecchia le tavole degli italiani" al maxi raduno con 10mila agricoltori dalle diverse regioni a Mico - Fiera Milano Congressi con il presidente nazionale Roberto Moncalvo.
Se a partire dal primo giugno 2010 sono entrate in vigore le nuove norme sulla pesca dell’Unione europea che di fatto hanno fatto sparire dalle tavole degli italiani specialità della tradizione gastronomica regionale con il divieto di pesca-raccolta dei molluschi a distanza inferiore di 0,3 miglia marine dalla battigia, areali dove si concentra il 70% delle vongole ed il 100% delle telline e dei cannolicchi, a far piazza pulita della pajata e dell’ossobuco alla finanziera alla piemontese sono state le restrizioni sanitarie adottate nel luglio 2001 per far fronte all’emergenza mucca pazza (Bse).
Tali restrizioni sono ancora mantenute nonostante il giudizio positivo dell'Organizzazione mondiale per la sanità animale (Oie) che nel giugno del 2013, nell'ambito dell'Assemblea generale dell’Oie, ha ufficialmente sancito per l'Italia il nuovo stato sanitario per l'encefalopatia spongiforme bovina (Bse), con il passaggio dall'attuale livello di rischio “controllato” a quello “trascurabile", il più basso, riconosciuto a 19 Paesi, sui 178 aderenti all'Oie, tra i quali Italia, Giappone, Israele, Olanda, Slovenia e Usa che dovrebbe portare anche alla revisione dell'elenco degli organi a rischio che dovrà essere adottata dalla Commissione europea.

La pajata è il termine romanesco per definire la prima parte dell'intestino tenue del vitello da latte che è stato oggi sostituito nei ristoranti e nelle trattorie dall'intestino d'agnello. È l'ingrediente principale di uno dei piatti più tipici della cultura gastronomica della capitale: i rigatoni con la pajata ma in alternativa può essere proposta alla brace, in forma di spiedino. E ancora manca dalle tavole anche l’originale ossobuco alla Finanziera alla piemontese, noto piatto medioevale tanto amato da Cavour, composto da varie frattaglie e animelle di vitello considerate per un decennio vero tabù e bandito da tutte e tavole per un oltre un decennio.
L’Unione europea non ha però adottato misure adeguate per impedire che la carne o i formaggi derivanti da animali clonati o delle loro progenie arrivi in tavola con le importazioni da Paesi come Canada, Argentina, Brasile, Stati Uniti dove tale pratica si è rapidamente diffusa da anni. Attualmente secondo quanto riportato dalla Commissione europea, la clonazione non è utilizzata per la produzione alimentare all'interno dell’Unione Europea poiché sarebbe necessaria una autorizzazione. A differenza ci sono evidenti rischi per le produzioni importate dall'estero anche alla luce della trattativa in corso sull'accordo di libero scambio tra Ue e gli Stati Uniti.

