Da una parte Coldiretti e ministro delle Politiche agricole che dicono basta alla contraffazione dei nostri prodotti agroalimentari e all’importazione di materie prime di cui non si conosca la provenienza esatta. Dall’altra l’associazione degli industriali di prodotti alimentari che mettono in evidenza come l’Italia non riesce a produrre tutto quello di cui ha bisogno.

Un tira e molla che ha senso fino a un certo punto. Tutti ammettiamo che l’Italia non può produrre tutto l’agroalimentare per il fabbisogno interno e che certi prodotti (vedi cacao o caffè) proprio non li produce, ma siamo imbattibili nel trasformarli. Quello che a tutti deve stare a cuore è conoscere la provenienza e l’identità esatta di quello che si importa. Da dove vengono e come sono stati ottenuti latte, suini, bovini, pollame e quant’altro. È la famosa tracciabilità, che deve essere ben spiegata in etichetta. E spetta all’Unione europea dare direttive.

In questi anni si sta estendendo l’etichettatura di origine a molti prodotti. La prima scadenza è stata il 1° gennaio 2014 e riguarda le carni macinate. All’interno dei prodotti di salumeria sono eliminati alcuni additivi usati per la conservazione, ad esempio l’acido citrico. L’applicazione delle nuove etichette su tutti i prodotti alimentari confezionati diventerà obbligatoria dal 13 dicembre 2014. Da aprile 2015 sarà obbligatoria l’etichettatura della carne fresca di suino. Sulle etichette potrà mancare solo la dichiarazione dei valori nutrizionali (proroga al 13 dicembre 2016).

La Commissione europea sta comunque facendo anche previsioni di impatto, perché un’etichettatura obbligatoria sulle materie prime, in particolare per i piccoli artigiani che vendono al minuto, possono far aumentare i costi di produzione e la burocrazia.