Un 2013 archiviato con un’agricoltura segnata dalla crisi, da squilibri e da avversi fattori atmosferici, con una riduzione degli utili di filiera ridotti a vantaggio del sistema distributivo e con la chiusura di quasi 33mila aziende agricole. Non ultimo problema, la difficoltà di accesso al credito. Su 100 euro spesi dal consumatore, solo 1,8 euro rimane al produttore, al netto di salari e ammortamenti. Tiene meglio l’industria alimentare che si distingue anche per una eco-efficienza con l’aumento della propensione ad avviare i rifiuti in filiere del recupero.

Sono dati che emergono dal secondo numero di Agrosserva, l’osservatorio sulla congiuntura dell’agroalimentare italiano realizzato in collaborazione di Ismea e Unioncanere e presentato al ministero delle Politiche agricole alla presenza del ministro Maurizio Martina (nella foto) e dei rappresentanti delle principali associazioni agricole. Oltre a tracciare il bilancio dell'agricoltura e dell'industria alimentare, questo secondo numero della pubblicazione fa il punto su due focus tematici: sulla distribuzione del valore tra le diverse fasi della filiera e sulla gestione dei rifiuti da parte dell’industria agroalimentare.

Anche se è stata registrata una lievissima ripresa, siamo penalizzati da una forte contrazione dei consumi interni perché la domanda è sempre più orientata verso una dieta low cost. E se il dato è bilanciato dalla crescita dell’export, questo comparto deve ancora esprimere tutte le sue migliori possibilità. Per il ministro Martina le prime mosse del governo basate sull’attendibilità di questi dati saranno proprio quelle di riattivare i consumi interni e di restituire all’agricoltura la sua centralità anche con procedure choc per riattivare il processo, insieme a provvedimenti che avranno un peso sul comparto delle politiche del lavoro.

Maurizio Martina«Dobbiamo - ha detto Martina - costruire una visione complessiva nazionale per una strategia del sistema agroalimentare italiano e dell’intero Paese e deve esserci il coinvolgimento di tutti. Le nostre e piccole medie imprese con l’aggregazione possono dimostrare grandi cose. Le parzialità si devono unire e bisogna costruire una visione complessiva nazionale per una reale prospettiva». Per il presidente dell’Ismea Arturo Semerari i dati, raccolti con una metodologia aggiornata in funzione di nuovi dati Istat, sono strumenti utili per tutti gli operatori non solo in vista dell’Expo ma soprattutto per il dopo Expo, come possibilità di rilancio del nostro agroalimentare da non perdere.

«Al top dei desideri degli stranieri che guardano all’Italia - ha detto Ferruccio Dardanello di Unioncamere - non sono tanto le bellezze artistiche quanto la tavola. Ce lo dicono i dati dell’export, positivi nonostante le difficoltà del momento, e ce lo dice anche l’italian sounding che ci costa 70 miliardi e la perdita di 150mila posti di lavoro, causando gravi danni sul piano socio-economico. Ma attenzione, anche gli italiani devono impegnarsi nei loro consumi domestici a mangiare italiano».

Totale l’apprezzamento per la pubblicazione Ismea-Unioncamere di Mario Guidi presidente di Confagricoltura e di Roberto Moncalvo di Coldiretti. «Importante testare lo stato di salute della nostra agricoltura ogni trimestre - ha detto Guidi - ma sarebbe opportuno avere un quadro anche di quella di altri Paesi nostri competitor, con cui dobbiamo misurarci». Il focus sui rifiuti dimostra come le industrie dell’agroalimentare abbiano migliorato le loro performance ambientale con il calo dello smaltimento e l’aumento del recupero della materia risultante (-23% dal 2008 al 2010). Marginale il recupero energetico che si attesta al 2%.

L'agricoltura, per Guidi, non dà rifiuti ma solo prodotti, e la sfida del futuro, esaurite le risorse del pianeta, è quella di dare valore proprio ai sottoprodotti. In definitiva l’industria alimentare sembra reggere ancora una volta all’urto della crisi meglio di altri settori, con il contributo determinante dall’export (da gennaio a novembre + 4,7%) per chiudere il 2013 con la cifra record di più 33 miliardi di euro, con maggiore richiesta dei Paesi extra europei (+6,7 su base annua) rispetto all’aumento del 3,8% per quelli comunitari.