Agromafie, "business" da 14 miliardi. Stoppani (Fipe): «Cambiare il sistema!»
Almeno 5mila attività di ristorazione sono in mano alla criminaltà organizzata, che nel 2013 ha sviluppato un giro d'affari per 14 miliardi di euro. È necessario ripristinare controlli e requisiti per ottenere le licenze.
A seguito dell’operazione anticamorra, sfociata ieri, 22 gennaio, nel sequestro di oltre 20 locali della Capitale di proprietà di un clan di malavitosi, è stato elaborato da Coldiretti/Eurispes il rapporto “Agromafie”, dal quale si evidenzia che dal campo alla tavola il volume d'affari complessivo della criminalità organizzata, dalla camorra alla mafia fino alla 'ndrangheta, è salito a circa 14 miliardi di euro nel 2013. Si stima che almeno 5mila locali di ristorazione (bar, ristoranti, pizzerie) siano in mano alla criminalità organizzata attraverso l’intestazione a prestanome che non solo garantiscono profitti diretti, ma che assicurano anche una copertura per riciclare denaro sporco.

Sulla fragilità del sistema nazionale, che consente che episodi simili continuino a succedere, interviene il presidente di Fipe- Confcommercio, Lino Enrico Stoppani (nella foto a destra): «I recenti sequestri di aziende di pubblico esercizio di proprietà della camorra dimostrano, ancora una volta, la debolezza del sistema che consente l’apertura di attività di pubblico esercizio, senza un minimo di programmazione sullo sviluppo della Rete e una opportuna valutazione dei requisiti morali e professionali degli esercenti. Infatti i controlli successivi alla presentazione della Scia (Segnalazione certificata di inizio attività) o non ci sono per nulla o vengono effettuati solo formalmente e quindi lasciano ampio spazio alle infiltrazioni malavitose».
«Occorre cambiare il sistema - prosegue Stoppani - magari facendo anche qualche passo indietro, ripristinando controlli e requisiti, prevedendo le licenze rilasciate dalle questure, per evitare che la ristorazione possa essere utilizzata dalla criminalità organizzata per riciclare denaro sporco, che dequalifica le attività e trasferisce brutta immagine su un settore fatto soprattutto di persone perbene».
In questa opera di infiltrazione, sottolinea il rapporto Coldiretti/Eurispes, le mafie stanno approfittando della crisi per penetrare anche nell’imprenditoria legale poiché è peculiarità del moderno crimine organizzato estendere, con approccio imprenditoriale, il proprio controllo dell’economia invadendo i settori che si dimostrano strategici ed emergenti, come è quello agroalimentare. Si tratta di aree prioritarie di investimento della malavita che ne comprende la strategicità in tempo di crisi perché consente di infiltrarsi in modo capillare nella società civile e condizionare la via quotidiana della persone in termini economici e salutistici.
Mettendo le mani sul comparto alimentare le mafie hanno infatti la possibilità di affermare il proprio controllo sul territorio. Potendo contare costantemente su una larghissima e immediata disponibilità di capitale e sulla possibilità di condizionare parte degli organi preposti alle autorizzazioni ed ai controlli, si muovono con maggiore facilità rispetto all’imprenditoria legale. Per raggiungere l’obiettivo i clan ricorrono a tutte le tipologie di reato tradizionali: usura, racket estorsivo e abusivismo edilizio, ma anche a furti di attrezzature e mezzi agricoli, abigeato, macellazioni clandestine o danneggiamento delle colture con il taglio di intere piantagioni.
Con i classici strumenti dell’estorsione e dell’intimidazione impongono la vendita di determinate marche e determinati prodotti agli esercizi commerciali, che a volte, approfittando della crisi economica, arrivano a rilevare direttamente. Non solo si appropriano di vasti comparti dell’agroalimentare e dei guadagni che ne derivano, distruggendo la concorrenza ed il libero mercato legale e soffocando l’imprenditoria onesta, ma compromettono in modo gravissimo la qualità e la sicurezza dei prodotti, con l’effetto indiretto di minare profondamente l’immagine dei prodotti italiani ed il valore del marchio made in Italy.
Cia: «Agroalimentare sempre più preso di mira»
In una nota, la Cia-Confederazione italiana agricoltori afferma che bisogna fare fronte comune e colpire i clan di malavitosi negli interessi economici con la confisca dei beni, e precisa: «La piovra della criminalità organizzata allunga sempre di più i tentacoli su tutta la filiera agroalimentare, partendo dall’accaparramento dei terreni agricoli, l’intermediazione dei prodotti, il trasporto e lo stoccaggio fino all’acquisto e all’investimento in bar, ristoranti e centri commerciali. Solo nel settore ormai le infiltrazioni delle mafie producono oltre 240 reati al giorno e, dal campo alla tavola, producono un giro d’affari stimato in 15,5 miliardi di euro. La criminalità organizzata non si limita a esercitare un controllo sul territorio, ma è interessata a fare nuovi guadagni, a far fruttare i patrimoni, conquistando quei comparti “anticrisi” che si stanno dimostrando sempre più determinanti per l’economia nazionale, com’è appunto l’agroalimentare».
«Ma gli effetti sono devastanti - continua la Cia - perché questa presenza mafiosa “strozza” il mercato, distrugge la concorrenza e instaura un “controllo” basato su paura e coercizione. Le organizzazioni criminali, infatti, impongono i prezzi d’acquisto agli agricoltori, controllano la manovalanza degli immigrati con il caporalato, decidono i costi logistici e di transazione economica, utilizzano proprie ditte di trasporto, possiedono società di facchinaggio per il carico e scarico e ora arrivano anche fino alla tavola degli italiani, con l’ingresso nella Gdo e nella ristorazione».
«Ecco perché - conclude la Cia - operazioni come questa nella Capitale sono fondamentali: bisogna sgretolare il potere della criminalità organizzata nell’agroalimentare e per questo serve fare “rete” con le istituzioni, la magistratura e con le forze dell’ordine e colpirli nei propri interessi economici, prima di tutto attraverso il sequestro e la confisca dei beni».

Sulla fragilità del sistema nazionale, che consente che episodi simili continuino a succedere, interviene il presidente di Fipe- Confcommercio, Lino Enrico Stoppani (nella foto a destra): «I recenti sequestri di aziende di pubblico esercizio di proprietà della camorra dimostrano, ancora una volta, la debolezza del sistema che consente l’apertura di attività di pubblico esercizio, senza un minimo di programmazione sullo sviluppo della Rete e una opportuna valutazione dei requisiti morali e professionali degli esercenti. Infatti i controlli successivi alla presentazione della Scia (Segnalazione certificata di inizio attività) o non ci sono per nulla o vengono effettuati solo formalmente e quindi lasciano ampio spazio alle infiltrazioni malavitose».
«Occorre cambiare il sistema - prosegue Stoppani - magari facendo anche qualche passo indietro, ripristinando controlli e requisiti, prevedendo le licenze rilasciate dalle questure, per evitare che la ristorazione possa essere utilizzata dalla criminalità organizzata per riciclare denaro sporco, che dequalifica le attività e trasferisce brutta immagine su un settore fatto soprattutto di persone perbene».In questa opera di infiltrazione, sottolinea il rapporto Coldiretti/Eurispes, le mafie stanno approfittando della crisi per penetrare anche nell’imprenditoria legale poiché è peculiarità del moderno crimine organizzato estendere, con approccio imprenditoriale, il proprio controllo dell’economia invadendo i settori che si dimostrano strategici ed emergenti, come è quello agroalimentare. Si tratta di aree prioritarie di investimento della malavita che ne comprende la strategicità in tempo di crisi perché consente di infiltrarsi in modo capillare nella società civile e condizionare la via quotidiana della persone in termini economici e salutistici.
Mettendo le mani sul comparto alimentare le mafie hanno infatti la possibilità di affermare il proprio controllo sul territorio. Potendo contare costantemente su una larghissima e immediata disponibilità di capitale e sulla possibilità di condizionare parte degli organi preposti alle autorizzazioni ed ai controlli, si muovono con maggiore facilità rispetto all’imprenditoria legale. Per raggiungere l’obiettivo i clan ricorrono a tutte le tipologie di reato tradizionali: usura, racket estorsivo e abusivismo edilizio, ma anche a furti di attrezzature e mezzi agricoli, abigeato, macellazioni clandestine o danneggiamento delle colture con il taglio di intere piantagioni.
Con i classici strumenti dell’estorsione e dell’intimidazione impongono la vendita di determinate marche e determinati prodotti agli esercizi commerciali, che a volte, approfittando della crisi economica, arrivano a rilevare direttamente. Non solo si appropriano di vasti comparti dell’agroalimentare e dei guadagni che ne derivano, distruggendo la concorrenza ed il libero mercato legale e soffocando l’imprenditoria onesta, ma compromettono in modo gravissimo la qualità e la sicurezza dei prodotti, con l’effetto indiretto di minare profondamente l’immagine dei prodotti italiani ed il valore del marchio made in Italy.
Cia: «Agroalimentare sempre più preso di mira»
In una nota, la Cia-Confederazione italiana agricoltori afferma che bisogna fare fronte comune e colpire i clan di malavitosi negli interessi economici con la confisca dei beni, e precisa: «La piovra della criminalità organizzata allunga sempre di più i tentacoli su tutta la filiera agroalimentare, partendo dall’accaparramento dei terreni agricoli, l’intermediazione dei prodotti, il trasporto e lo stoccaggio fino all’acquisto e all’investimento in bar, ristoranti e centri commerciali. Solo nel settore ormai le infiltrazioni delle mafie producono oltre 240 reati al giorno e, dal campo alla tavola, producono un giro d’affari stimato in 15,5 miliardi di euro. La criminalità organizzata non si limita a esercitare un controllo sul territorio, ma è interessata a fare nuovi guadagni, a far fruttare i patrimoni, conquistando quei comparti “anticrisi” che si stanno dimostrando sempre più determinanti per l’economia nazionale, com’è appunto l’agroalimentare».
«Ma gli effetti sono devastanti - continua la Cia - perché questa presenza mafiosa “strozza” il mercato, distrugge la concorrenza e instaura un “controllo” basato su paura e coercizione. Le organizzazioni criminali, infatti, impongono i prezzi d’acquisto agli agricoltori, controllano la manovalanza degli immigrati con il caporalato, decidono i costi logistici e di transazione economica, utilizzano proprie ditte di trasporto, possiedono società di facchinaggio per il carico e scarico e ora arrivano anche fino alla tavola degli italiani, con l’ingresso nella Gdo e nella ristorazione».
«Ecco perché - conclude la Cia - operazioni come questa nella Capitale sono fondamentali: bisogna sgretolare il potere della criminalità organizzata nell’agroalimentare e per questo serve fare “rete” con le istituzioni, la magistratura e con le forze dell’ordine e colpirli nei propri interessi economici, prima di tutto attraverso il sequestro e la confisca dei beni».

