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Stavolta l’immancabile commento su ogni vicenda italiana, Coldiretti se lo poteva anche risparmiare. Sperare che la nuova proprietà turca dei gianduiotti e dei torroni Pernigotti non utilizzi le meno costose nocciole turche invece di quelle piemontesi sembra proprio roba da sognatori… Quel che conta oggi nel mondo, purtroppo, è la forza di un marchio o di un prodotto, quel che evoca, non certo come è fatto o con che cosa è fatto. Come si giustificherebbe altrimenti l’enormità del falso made in Italy a tavola nel mondo e a casa nostra?

E del resto, noi che siamo il Paese che potrebbe avere tassi di sviluppo senza pari se avesse una anche una minima politica di valorizzazione e promozione della filiera agroalimentare (e del turismo), non facciamo nulla per dare valore alla sostanza. Siamo senza una politica vera di difesa dei produttori onesti e dei consumatori, mentre norme sulle etichette e la tracciabilità sono a livello da terzo mondo.

E così, col solito coro di prefiche di professione, ci si lamenta perché diventa “straniero” un altro marchio, dimenticando che già oggi, fra pasta, vino e acqua di shopping ne è stato fatto per valori quasi impensabili. Ma in fondo, ci chiediamo, è così importante la proprietà se un’azienda si sviluppa, continua a restare in Italia e, soprattutto, continua a contribuire allo stile italiano nel mondo?
Certo avere imprenditori italiani che diventano sempre più forti resta l’obiettivo centrale, ed in particolare nell’enogastronomia. Ma cosa si fa nel concreto?

È dei giorni scorsi l’annuncio di un’iniziativa del ministero delle Politiche agricole per compattare la squadra italiana di chi vuole vendere vino in Cina. Operazione meritoria, peccato che arriviamo tardi e magari mentre Pechino sta applicando nuovi pesanti dazi proprio sul vino per ritorsione a decisioni della Ue. Molto meglio quanto sta facendo in modo concreto il sistema camerale in un’area test come l’Ucraina per favorire le esportazioni della filiera alimentare, con però poche risorse e senza battere la gran cassa politica.

Qualcosa di importante la si può comunque fare e un esempio più che interessante è offerto dall’accordo fra Kimbo ed Illy per presentarsi con formule innovative capaci di promuovere il sistema Italia nel mondo del caffè. L’aver definitivo un sistema di capsule uguali (in cui ognuno mette le proprie miscele diverse) per fare un Espesso in casa è un fatto che non ha precedenti in Italia.

È un modo concreto per favorire acquisti di prodotti italiani e mettersi in condizione di vincere la sfida con un player pesante come Nespresso che con le sue varie miscele sta facendo perdere di vista alcune delle prerogative dei caffè di gusto italiano. E se non siamo in grado di avere consapevolezza dello stile italiano del caffè, come pensiamo di poterlo vendere nel mondo? Un accordo che dovrebbe fare riflettere per riuscire ad avere immagini e packaging il più possibile riconoscibili come made in Italy.