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Che ci siano gli Stati Uniti, o meno, non è cosa di poco conto. Ogm e biodiversità, come pure politiche internazionali credibili per sfamare un pianeta sempre più pericolosamente affollato, non possono non tenere conto degli Usa. Solo se Washington scioglierà gli ultimi dubbi sulla sua partecipazione, si potrà dire che l’Expo 2015 potrebbe rivelarsi un successo.

La presenza di tutti gli altri Paesi, anche oltre le aspettative, non è certo un risultato secondario. Anzi. Visto il tema in ballo (il cibo per 8 miliardi di persone) non si può però ignorare il ruolo della quasi ex prima potenza mondiale. E ciò senza sminuire, anzi, l’annuncio dei successi di partecipazione fatti da Giuseppe Sala, il commissario unico delegato del Governo per la manifestazione: un bel regalo di Natale per i tanti italiani sfiduciati.

Certo l’Expo, in senso fisico, è ancora tutta da costruire. Più che i padiglioni, visto il tradizionale ritardo dei lavori pubblici italiani, preoccupano i tempi delle opere e dei servizi, nonché il pericolo di una mano della n’drangheta sugli appalti. L’incompiuto programma di quel che serviva a Milanofiera a Rho è ancora lì a dimostrare quanto siamo bravi a sprecare soldi ed occasioni. Anche nella efficiente Regione Lombardia.

Con l’Expo ci siamo finora bruciati ogni possibilità di organizzare un’ospitalità adeguata alla sfida: pensiamo solo a corsi di lingue per il personale di alberghi e ristoranti ancora di là da venire, per non parlare di orari o sistemi di pagamento. Per fortuna resta il fascino e l’immagine di un Paese che, nonostante burocrazia e casta opprimente, riesce ad essere attrattivo per tutti, americani, russi o cinesi che siano. Certo in 15 mesi non riusciremo, come sollecitiamo da tempo, a fare diventare la questione agroalimentare il perno di una nuova politica di sviluppo dell’Italia.

E questa sarà l’ennesima occasione mancata. In compenso assisteremo invece ad inutili quanto negativi discorsi ideologici o strumentali sulla supremazia di un’agricoltura biologica rispetto ad una tecnologica. Il populismo più bieco si scatenerà su temi invece fondamentali per la qualità della vita, ma che non possono coincidere con uno scenario mondiale dove la sfida per milioni di persone è avere acqua potabile e un po’ di proteine, carboidrati o calorie per sopravvivere.

Per molte ragioni preferiamo e sosteniamo tutte le scelte naturali e in linea con la nostra tradizione. Ma proprio per questo dobbiamo essere realisti e prenderci la responsabilità di dire che le scelte che possiamo, e dobbiamo, fare come Italia sono per un cibo di qualità e di alto valore aggiunto. Ad altri Paesi toccherà fare altro. Il made in Italy a tavola non può essere quello che sfama il mondo, ma solo la sua parte più ricca e colta.

Le scelte che abbiamo fatto per le Dop e le garanzie che dobbiamo dare, anche rendendo più pesanti le sanzioni per produttori e commercianti disonesti, sono il nostro futuro. Non è cinismo, ma solo consapevolezza del ruolo che possiamo avere in una partita mondiale.

Per ora, in attesa di conoscere i contenuti dell’Expo di Milano, consoliamoci col fatto che finalmente il conto alla rovescia è partito. Lo spot che gira in tv in questi giorni è quasi un’iniezione di ottimismo per un Paese che ne ha bisogno. Speriamo davvero che non sia solo una promessa, ma un augurio concreto che ci accompagnerà nei prossimi mesi. E intanto dedichiamoci con serenità a festeggiare il Natale all’insegna del cibo italiano.