Trentadue tonnellate di confezioni di sgombro al naturale infestato da parassiti sono state sequestrate dai carabinieri dal Nucleo antisofisticazioni e sanità (Nas) di Salerno e di Genova. Nell’ambito dei servizi di controllo e monitoraggio nel settore della sicurezza alimentare ed a seguito di una segnalazione da parte di un cittadino, i carabinieri di Salerno hanno accertato la presenza di parassiti in alcune confezioni aperte a campione presso due aziende distributrici.

Nella circostanza, i militari del Nas salernitano hanno sequestrato oltre 6mila barattoli (2 tonnellate) di prodotto, confezionato in Marocco ed importato da una ditta genovese, procedendo al campionamento per le successive analisi di laboratorio, finalizzate alla tipizzazione del parassita nonchè alla ricerca di istamina.

L’immediata attivazione del Nas genovese ha consentito ai militari liguri di procedere, nella ditta importatrice, al sequestro e relativo campionamento di oltre 74mila vasetti (30 tonnellate) di sgombro al naturale provenienti dallo stesso stabilimento produttivo. Dalle verifiche effettuate, i militari del Nas hanno accertato che oltre 165mila confezioni di sgombro sono state distribuite sul territorio nazionale, dove sarebbero state vendute al dettaglio al costo di circa 4 euro cadauna. A seguito dell’intervento dei carabinieri, la ditta ha avviato le previste procedure di ritiro dal mercato del prodotto già commercializzato.

È necessario rendere obbligatoria l’indicazione della provenienza in etichetta per il pesce fresco e trasformato dopo che negli ultimi cinque anni di crisi sono quasi triplicate le frodi a tavola con un incremento record del 170% del valore di cibi e bevande sequestrate perché adulterate, contraffate o falsificate. È quanto afferma la Coldiretti nel commentare il sequestro dei Nas dei Carabinieri di Salerno e di Genova, dopo che la procura di Torino ha avviato le indagini sul “catodo”, un prodotto chimico che, spruzzato sul pesce lo farebbe sembrare fresco come appena pescato anche quando invece non lo è magari perché importato dall’estero.

Più di due pesci sui tre consumati in Italia provengono dall’estero, ma il consumatore non riesce a saperlo per la mancanza di un’informazione trasparente. Attualmente la legge sull’etichettatura per il pesce fresco prevede la sola indicazione della zona di pesca, mentre per quello trasformato quella di confezionamento. Il pesce italiano, ad esempio, fa parte della cosiddetta “zona Fao 37”, che contraddistingue il prodotto del Mediterraneo.

Il rischio di ritrovarsi nel piatto prodotto straniero è tanto più forte nella ristorazione, dove spesso vengono spacciati per tricolori prodotti che arrivano in realtà dall’estero. Le frodi a tavola si moltiplicano nel tempo della crisi soprattutto con la diffusione dei cibi low cost e sono crimini particolarmente odiosi perché si fondano sull'inganno nei confronti di quanti, per la ridotta capacità di spesa, sono costretti a risparmiare sugli acquisti di alimenti.

Oltre un certo limite non è possibile farlo se non si vuole mettere a rischio la salute. Le preoccupazioni riguardano anche il fatto che l'Italia è un forte importatore di prodotti alimentari, con il rischio concreto che nei cibi in vendita vengano utilizzati ingredienti di diversa qualità.