Il tasso di disoccupazione dei 15-24enni registrato nel mese di novembre 2012 è pari al 37,1%, in aumento di 0,7 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 5 punti nel confronto tendenziale (rispetto al novembre 2011). È quanto rileva l’Istat, che ha diffuso dati preoccupanti sull’occupazione in Italia, in particolare quella dei più giovani. A novembre 2012 gli occupati erano 22 milioni 873mila, in diminuzione dello 0,2% sia rispetto a ottobre (-42mila) sia su base annua (-37mila). Il tasso di occupazione, pari al 56,8%, è in diminuzione di 0,1 punti percentuali nel confronto congiunturale e invariato rispetto a dodici mesi prima. Il numero di disoccupati, pari a 2 milioni 870mila, registra invece un lieve calo (-2mila) rispetto a ottobre, ma tale diminuzione riguarda la sola componente femminile. Su base annua la disoccupazione cresce del 21,4% (+507mila unità), mentre il tasso di disoccupazione si attesta all’11,1%, invariato rispetto a ottobre e in aumento di 1,8 punti percentuali nei dodici mesi.

Giuseppe PolitiAlcune proposte per far fronte al problema occupazionale arrivano da parte del presidente della Cia-Confederazione italiana agricoltori, Giuseppe Politi (nella foto), che sottolinea il valore del settore primario e la sua capacità di offrire nuovi posti di lavoro. «L’agricoltura - prosegue Politi - è un settore vitale che ha risorse importanti per contribuire alla crescita e alla creazione di nuova occupazione. Bisogna, però, riaccendere i riflettori sul mondo agricolo, adottando politiche mirate. Prima di tutto è indispensabile che vi sia un reale abbattimento dei costi (produttivi e contributivi) e della burocrazia che oggi paralizzano le imprese agricole. Nelle campagne, a differenza di industria e servizi, c’è possibilità di lavoro, soprattutto per i giovani. Ciò può essere sfruttato da parte della maggioranza e del governo che usciranno dalle prossime elezioni politiche attraverso una strategia che consenta agli imprenditori agricoli, in particolare quelli “under 40”, di riprendere a “marciare” e di aprire anche le porte ai tanti lavoratori che sono stati, purtroppo, espulsi dagli altri comparti produttivi».

«Pur in presenza di una profonda crisi - aggiunge il presidente della Cia - il settore primario ha “tenuto” soprattutto sotto il profilo occupazionale. I motivi vanno ricercati nelle caratteristiche del lavoro agricolo, spesso visto come simbolo di precarietà e che, invece, ha dimostrato, proprio per la sua flessibilità, di adeguarsi meglio di altri a una congiuntura fortemente negativa. Ma questo rischia di non bastare più per il futuro. Da qui la richiesta di tagliare i costi produttivi, come quelli dell’Imu sui fabbricati rurali e sui terreni agricoli e dei carburanti, che pesano in maniera opprimente sulle imprese. A questo si deve aggiungere una sostanziale riduzione degli oneri contributivi, le cui aliquote sono di gran lunga superiori a quelle applicate negli altri Paesi europei, e l’esigenza di congrui incentivi e sgravi per premiare i comportamenti virtuosi delle aziende, a cominciare da quelle condotte da giovani, che dimostrano grande vitalità e risorse».

«Bisogna anche agire - rimarca Politi - sul fronte della burocrazia, riducendo drasticamente gli adempimenti richiesti. Le misure prese negli ultimi mesi costituiscono un passo avanti, ma sono ancora insufficienti. La burocrazia, d’altronde, costa al sistema delle nostre piccole e medie imprese 26,5 miliardi di euro all’anno: tra i Paesi più industrializzati solo l’Italia presenta questo record negativo. Un “mostro” dai mille tentacoli che soffoca anche l’agricoltura, che paga un conto molto salato: oltre 3 miliardi di euro l’anno. Ecco perché chiediamo interventi per rendere meno elefantiaci e costosi i rapporti tra aziende agricole e Pubblica amministrazione».



«I dati dell’Istat sull’occupazione sono drammatici - conclude - ma anche quelli sull’intero sistema economico risultano decisamente negativi. Per tale motivo ci auguriamo che con la nuova legislatura si possa segnare una svolta decisiva nel Paese, assicurando le politiche necessarie per favorire sviluppo e competitività. Una fase nuova in cui anche l’agricoltura sia messa nelle condizioni di far sentire nel concreto la sua forza sia di carattere economico che sociale».