All'inizio degli anni Sessanta l'Accademia italiana della Cucina pubblicò la Guida ai ristoranti e trattorie d'Italia. Quattro righe per ogni ristorante erano sufficienti per informare il lettore; a Milano si consigliavano trenta locali di cui venti trattorie, per lo più toscane. Linde, rustiche, a conduzione familiare e un costo contenuto, le trattorie erano frequentate dai lavoratori per la pausa pranzo; alla sera accoglievano famigliole, innamorati o allegre compagnie.

Nel 1962 quell'Italia che non si sentiva più contadina fu raccontata anche da Luciano Bianciardi ne La vita agra. Stupisce la preveggente e pessimistica visione della società dei consumi, ma si può anche apprezzare l'atmosfera familiare di una latteria con le sue buone regole (che sarebbero ancora attuali) e sorridere, in trattoria, per l'incomprensione culinaria tra cliente e cameriera.

 ' … a mangiare andavamo sempre in una latteria sotto casa, disposta a aprirci il conto. Bisognava dare un anticipo al primo del mese, poi la padrona segnava: alla metà un altro paio di biglietti da cinquemila, che di solito mi venivano da qualche collaborazione, e a fine mese il saldo, più un altro anticipo per il mese successivo. In latteria, a parte il vantaggio del conto aperto, non era caro e ci mangiavi alla carta, pagando il consumato netto, senza coperto, servizio e tutte le altre bricciche che di solito mettono i ristoranti per far salire il totale. Lì potevi ordinare anche mezza spaghetti e basta, oppure mezza crescenza e basta, e pagavi per mezza davvero. […]Quando spunta l'appetito si decide di andare insieme al Bersagliere che con ottocento ottocentocinquanta lire ti dà la pastasciutta e la costata e magari anche un quartino di vino e una mela. La costata bisogna dire alla cameriera perché se dici bistecca ti dà la braciola e se dici braciola non ti dà niente, rimane lì incantata a dire prego signore.” Da La vita Agra, Luciano Bianciardi, Bompiani