Maurizio FerroUna mattina di fine giugno, uscito dalla casa palermitana in cui vivo, ho visitato un bel negozio del quartiere Malaspina Palagonia. Maurizio Ferro (nella foto) conduce la gastronomia e salumeria di famiglia; mi racconta che nel 1972 i genitori trasferirono il negozio dal popolare quartiere Ballarò; erano infastiditi dall'ambiente poco accogliente. Qui c'era era ancora la campagna e per andare a scuola s'infilava in un varco del muro di cinta delle ville, tra orti e giardini della mitica Conca d'Oro. Ora vedo solo palazzoni, asfalto, un traffico indicibile, è rischioso muoversi in bici.

Eppure mi dicono che poco lontano si coltivano ancora pregiati limoni addirittura biologici, in una piccola tenuta si possono scegliere tra decine e decine di nespole. Nell'800 Henry d'Orlèans duca d'Aumale, figlio di Luigi Filippo re di Francia e di Maria Amelia di Borbone, valorizzò il palazzo di palazzo di famiglia a Palermo, oggi sede della Presidenza della Regione siciliana. Coltivò agrumi con lauti guadagni e creò a Terrasini e Partinico una tenuta modello famosa per il vino Zucco.

Ritorno alla salumeria di Ferro e con lo sguardo alle etichette faccio un giro d'Italia, anzi più d'uno. Dal Barolo delle Langhe ai grissini del Monferrato, dal parmigiano delle vacche rosse al bastardo del monte Grappa, dal salame di Felino (Pr) alla bresaola di Valtelllina, dall'olio toscano del Chianti alla Vastedda del Belice, dai maccheroncini marchigiani di Campofilone (Fm) al tonno trapanese solo per citarne alcune. Le etichette delle specialità sono più di mille e potrei continuatore il viaggio per ore. I prezzi sono conformi alla qualità anche più di 30 € al chilo o a bottiglia. Considerato la fatica di chi produce e il piacere che donano non sono neppure cari.

Prima di uscire, mentre mi assaporavo un raro yogurt di capra prodotto al confine tra Palermo e Agrigento, ho letto che il governo investirà nei centri storici. Lodevoli iniziative, ma temo che siano solo sogni a occhi aperti del ministro. Guardando quello che si è fatto, lo scempio portato dal cosiddetto benessere, temo solo cemento e cemento. Perchè non investire in agricoltura? Oltretutto non fa neppure danno alle opere d'arte e al patrimonio monumentale di cui è cugina. Le piccole patrie italiane dell'arte, i comuni della buona agricoltura e dell'artigianato sono migliaia e migliaia, rappresentano l'unico tessuto economico che può dare benessere e lavoro. Al contrario, guardandoci intorno possiamo davvero pensare che il cemento rilanci l'economia?