Archiviamo, dunque, il 2012 e festeggiamo l'arrivo del 2013. Gli auguri e le speranze, in questa circostanza, sono più o meno quelli di sempre. Spiace constatarlo, perché è come un'ammissione di impotenza. Al nuovo anno chiediamo ancora una volta una pace vera e duratura in tutto il mondo; che la religione, pur diversa, sia elemento di unità e di rispetto reciproco, non di divisione e odio; che la ripresa economica finalmente arrivi, con nuovi posti di lavoro; che la disputa politica in Italia sia momento dialettico per arrivare a leggi più giuste e al bene nazionale, non solo occasione per insulti e accordi di comodo; che si punti più decisamente alla valorizzazione del patrimonio paesaggistico, storico-artistico ed enogastronomico, ricchezza immensa grazie alla quale il turismo può e deve diventare la prima industria dell'Italia; che si fermi lo sviluppo urbanistico insensato e si salvi il verde rimasto, per una migliore qualità dell'aria e della vita; che si costruiscano al più presto le infrastrutture necessarie ad un Paese civile e moderno; che i ladri e gli imbroglioni, anche fossero in Parlamento, siano puniti con giustizia e severità.

A questi vecchi auspici, riproposti ad ogni Capodanno, si aggiunge quest'anno una constatazione, amara ma inevitabile. Anche per i pubblici esercizi la crisi dei consumi è come una livella. Screma i personaggi e le attività non professionali, fa chiarezza nel settore, eliminando dal mercato le mele non mature o marce. Non tutto il male viene per nuocere, perché è il punto di partenza per un mercato meno inflazionato, meno improvvisato, che rende merito a chi più vale e si impegna. Possiamo aggiungere un altro auspicio. Che la rivalità tra ristoranti e agriturismo, tra alberghi, affittacamere e bed&breakfast, possa venire appianata da norme chiare e sicure, che aprano la via a giusti controlli.