Allevatori e maiali in Piazza Affari. Protesta contro le speculazioni
Gli allevatori di suini si sono riversati in Piazza Affari a Milano per protestare contro le speculazioni sui prezzi nel passaggio dalla stalla alla tavola. La protesta riguarda anche il fatto che l'Italia importa cosce di maiale dall'estero destinate alla produzione di prosciutti "made in Italy"
Tre prosciutti su quattro venduti in Italia sono in realtà ottenuti da maiali allevati all'estero, ma i consumatori non lo sanno perché non è obbligatorio indicare in etichetta la provenienza. è quanto afferma la Coldiretti, che oggi ha portato i maiali davanti a Pazza Affari a Milano per denunciare le speculazioni sul cibo, sottolineando che dal maiale alla braciola i prezzi aumentano di almeno cinque volte per effetto delle distorsioni che si verificano nel passaggio dalla stalla alla tavola, con gli allevatori che sono costretti a chiudere le stalle e i consumatori a rinunciare alla carne.

L'Italia ha importato 62 milioni di cosce di maiale destinate, con la trasformazione e la stagionatura, a diventare prosciutti 'Made in Italy” con un inganno nei confronti dei consumatori e danni per i produttori che subiscono una concorrenza sleale. Anche perché mentre negli allevamenti italiani i maiali sono alimentati con prodotti di qualità sulla base di rigorosi disciplinari di produzione 'Dop”, all'estero si usano spesso sottoprodotti se non addirittura sostanze illegali come è accaduto nel recente scandalo dei mangimi alla diossina prodotti in Germania e utilizzati negli allevamenti di polli e maiali.

Sul mercato è facile acquistare prosciutti contrassegnati dal tricolore, con nomi accattivanti come prosciutto nostrano o di montagna che in realtà non hanno nulla a che fare con la realtà produttiva nazionale. Una situazione favorita dall'inerzia dell'Unione europea che dopo i recenti allarmi sanitari ha deciso di estendere con un regolamento l'obbligo di indicare in etichetta la provenienza della carne di maiale, al pari di quanto è stato fatto con quella bovina dopo l'emergenza mucca pazza, ad esclusione però degli alimenti trasformati come salami e prosciutti dove più spesso si nasconde l'inganno. Gli allevatori della Coldiretti chiedono che vengano emanati i provvedimenti applicativi previsti dalla legge nazionale sull'etichettatura di origine approvata all'unanimità dal Parlamento italiano all'inizio dell'anno che prevede l'obbligo di indicare l'origine per tutti gli alimenti.
Gli allevatori di maiali, inoltre, sono stretti nella morsa dell'aumento dei costi di produzioni con le speculazioni sulle materie prime che hanno determinato rincari del 17% dei mangimi e delle distorsioni di filiera che sottopagano il nostro prodotto ad appena 1,4 euro al chilo, mentre la braciola di maiali viene venduta mediamente a 6,85 euro al chilo, secondo le elaborazioni sui dati sms consumatori. Il risultato è che per ogni euro speso per l'acquisto di carne di maiale appena 15,5 centesimi arrivano all'allevatore, 10,5 al macellatore, 25,5 al trasformatore e ben 48,5 alla distribuzione commerciale. Un'analisi che dimostra come nella forbice tra prezzi alla produzione e al consumo c'è un sufficiente margine per garantire una adeguata remunerazione agli allevatori e non aggravare i bilanci delle famiglie.
C'è un rischio di estinzione concreto per gli allevamenti italiani e con essi dei prelibati prodotti della norcineria nazionale dalle tavole degli italiani con ben 33 prodotti che hanno ottenuto dall'Unione Europea il riconoscimento di denominazione di origine: dal prosciutto di Parma al san Daniele fino culatello di Zibello.
La carne di maiale fresca o trasformata è la più acquistata dagli italiani che ne consumano ben 37,2 chili a testa ma in dieci anni si è praticamente dimezzato il numero delle stalle italiane (-85%) che è passato dai 193mila del 2000 alle 26mila attuali dove si allevano 9,3 milioni di maiali soprattutto in Lombardia, Emilia Romagna, Piemonte e Veneto ma anche l'Umbria e la Sardegna sono regioni vocate. Nel 2010 l'Italia ha importato quasi un milione di maiali dall'estero (+22% rispetto al 2009) e oltre un milione di tonnellate di carne di maiale (+12%).
Questo significa che oltre un terzo (34%) della carne di maiale, salumi o prosciutti consumati in Italia è stata in realtà ottenuta da maiali allevati all'estero. Una situazione che rischia di aggravarsi con effetti anche occupazionali nella filiera della carne suina dove lavorano in Italia circa 120mila gli addetti tra allevamento, macellazione, trasformazione e distribuzione.
«è importante la convocazione per il 29 luglio del tavolo suinicolo da parte del ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali, per la definizione delle linee attuative del piano di settore della filiera», ha affermato il presidente della Coldiretti Sergio Marini nell'esprimere apprezzamento per la sollecita risposta del Ministero alle difficoltà evidenziate dagli allevatori della Coldiretti provenienti dalle diverse Regioni con la manifestazione davanti a Piazza Affari. «Occorre affrontare con decisione le distorsioni della filiera che - ha sottolineato Marini - sono favorite nella mancanza di trasparenza sull'origine della carne di maiale e dei salumi, che danneggia allevatori e consumatori».
Suini, i numeri della crisi
Il patrimonio suinicolo lombardo nel 2010

(Elaborazione Coldiretti su dati Istat e Regione Lombardia)
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L'Italia ha importato 62 milioni di cosce di maiale destinate, con la trasformazione e la stagionatura, a diventare prosciutti 'Made in Italy” con un inganno nei confronti dei consumatori e danni per i produttori che subiscono una concorrenza sleale. Anche perché mentre negli allevamenti italiani i maiali sono alimentati con prodotti di qualità sulla base di rigorosi disciplinari di produzione 'Dop”, all'estero si usano spesso sottoprodotti se non addirittura sostanze illegali come è accaduto nel recente scandalo dei mangimi alla diossina prodotti in Germania e utilizzati negli allevamenti di polli e maiali.

Sul mercato è facile acquistare prosciutti contrassegnati dal tricolore, con nomi accattivanti come prosciutto nostrano o di montagna che in realtà non hanno nulla a che fare con la realtà produttiva nazionale. Una situazione favorita dall'inerzia dell'Unione europea che dopo i recenti allarmi sanitari ha deciso di estendere con un regolamento l'obbligo di indicare in etichetta la provenienza della carne di maiale, al pari di quanto è stato fatto con quella bovina dopo l'emergenza mucca pazza, ad esclusione però degli alimenti trasformati come salami e prosciutti dove più spesso si nasconde l'inganno. Gli allevatori della Coldiretti chiedono che vengano emanati i provvedimenti applicativi previsti dalla legge nazionale sull'etichettatura di origine approvata all'unanimità dal Parlamento italiano all'inizio dell'anno che prevede l'obbligo di indicare l'origine per tutti gli alimenti.
Gli allevatori di maiali, inoltre, sono stretti nella morsa dell'aumento dei costi di produzioni con le speculazioni sulle materie prime che hanno determinato rincari del 17% dei mangimi e delle distorsioni di filiera che sottopagano il nostro prodotto ad appena 1,4 euro al chilo, mentre la braciola di maiali viene venduta mediamente a 6,85 euro al chilo, secondo le elaborazioni sui dati sms consumatori. Il risultato è che per ogni euro speso per l'acquisto di carne di maiale appena 15,5 centesimi arrivano all'allevatore, 10,5 al macellatore, 25,5 al trasformatore e ben 48,5 alla distribuzione commerciale. Un'analisi che dimostra come nella forbice tra prezzi alla produzione e al consumo c'è un sufficiente margine per garantire una adeguata remunerazione agli allevatori e non aggravare i bilanci delle famiglie.C'è un rischio di estinzione concreto per gli allevamenti italiani e con essi dei prelibati prodotti della norcineria nazionale dalle tavole degli italiani con ben 33 prodotti che hanno ottenuto dall'Unione Europea il riconoscimento di denominazione di origine: dal prosciutto di Parma al san Daniele fino culatello di Zibello.
La carne di maiale fresca o trasformata è la più acquistata dagli italiani che ne consumano ben 37,2 chili a testa ma in dieci anni si è praticamente dimezzato il numero delle stalle italiane (-85%) che è passato dai 193mila del 2000 alle 26mila attuali dove si allevano 9,3 milioni di maiali soprattutto in Lombardia, Emilia Romagna, Piemonte e Veneto ma anche l'Umbria e la Sardegna sono regioni vocate. Nel 2010 l'Italia ha importato quasi un milione di maiali dall'estero (+22% rispetto al 2009) e oltre un milione di tonnellate di carne di maiale (+12%).Questo significa che oltre un terzo (34%) della carne di maiale, salumi o prosciutti consumati in Italia è stata in realtà ottenuta da maiali allevati all'estero. Una situazione che rischia di aggravarsi con effetti anche occupazionali nella filiera della carne suina dove lavorano in Italia circa 120mila gli addetti tra allevamento, macellazione, trasformazione e distribuzione.
«è importante la convocazione per il 29 luglio del tavolo suinicolo da parte del ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali, per la definizione delle linee attuative del piano di settore della filiera», ha affermato il presidente della Coldiretti Sergio Marini nell'esprimere apprezzamento per la sollecita risposta del Ministero alle difficoltà evidenziate dagli allevatori della Coldiretti provenienti dalle diverse Regioni con la manifestazione davanti a Piazza Affari. «Occorre affrontare con decisione le distorsioni della filiera che - ha sottolineato Marini - sono favorite nella mancanza di trasparenza sull'origine della carne di maiale e dei salumi, che danneggia allevatori e consumatori».
Suini, i numeri della crisi
- In Italia si allevano quasi 9 milioni di suini, la Lombardia ne custodisce oltre il 50%
- Allevamenti italiani in rosso per 300 milioni di euro: costi produzione troppo alti e ricavi troppo bassi
- In dieci anni perso l'85% degli allevamenti italiani dai 193mila del 2000 ai 26 mila del 2010
- Fra 2000 e 2010 le aziende suinicole lombarde sono scese da 7.487 a 2.639 con un calo del 65%
- Nel 2010 l'Italia ha importato un milione di capi
- L'export dei suini è crollato del 70% rispetto al 2009
Il patrimonio suinicolo lombardo nel 2010

(Elaborazione Coldiretti su dati Istat e Regione Lombardia)
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