Giancarlo PicchiarelliMentre l'aroma del tartufo comincia a farsi sentire nei boschi e nelle cucine gourmet, l'Associazione nazionale delle città del tartufo festeggia il suo ventesimo compleanno a Roma, nella sede dell'Anci, illustrando le prossime iniziative per promuovere la conoscenza del prezioso tubero, accrescere la visibilità dei territori vocati - spesso piccoli comuni o comunità montane - ma anche a chiedere con forza regole per la tracciabilità del prodotto a tutela del consumatore.

Nata nel 1990 al Alba (Cn), dove resta la sede legale, l'associazione è passata dai 15 promotori agli attuali 50 in rappresentanza di 11 regioni. Sono oltre 35 ogni anno le mostre mercato organizzate: capofila è Alba, con 80 anni di esperienza, ma c'è anche Acqualagna (Pu) da 45, San Miniato (Pi) da 40, San Giovanni d'Asso (Si) da 25 e tutti gli altri comuni non risparmiano le iniziative.

«L'Associazione - spiega il presidente Giancarlo Picchiarelli (nella foto) che rappresenta la comunità umbra del Subasio e il comune di Valtopina - nata all'inizio per superare i campanilismi, ha saputo creare nel tempo un sistema di lavoro integrato che coinvolge oltre a comuni e comunità montane, anche le quattro province di Siena, Pisa, Mantova e Chieti, e tutta la Regione Molise che vanta una cospicua produzione di tartufi invernali ed estivi. Questo appuntamento romano è un modo per rinnovare la nostra mission: promuovere la conoscenza e l'utilizzo del tartufo attraverso una serie di azioni e buone pratiche legandolo al territorio in cui nasce, in un vasto ambito che dall'ambiente va all'enogastronomia e al turismo».

Molti i sindaci e gli assessori dei comuni associati che hanno portato al convegno la loro testimonianza,ma da tutti è giunta la richiesta di regole per tutelare il consumatore dalle sofisticazioni frequentissime anche in questo campo, garantendo sicurezza e tracciabilità.



«La legge n. 752 del 1985 - per Picchiarelli- deve ancora deve essere adeguata sia a tutela del nostro tartufo, sia per interdire al commercio i prodotti di sintesi -primo tra tutti il famigerato Bismetiltiometano - e i vari fantasiosi oli al tartufo».

Più duro il sindaco di San Giovanni d'Asso Michele Boscagli: «La professione di tartufaio così come la sua figura non sono state riconosciute (comma 109 della finanziaria del 2008) ed è solo chi commercializza i tartufi che deve dichiarare la provenienza, la qualità e la quantità del prodotto. Non esiste filiera, come se una bottiglia di vino non contenesse il nome del produttore. Dal 2009 è in giacenza in Parlamento,in Commissione Agricoltura, una proposta in cui chiediamo, se non una legge sulla fiscalità almeno l'obbligatorietà delle generalirtà dei tartufai. E le resistenza non arrivano da loro, ma da lobbies, da chi cercatore non è».

 è  un comune modello, il suo, di appena 903 anime ma che in periodo di tartufo sa reggere l'urto di decine di migliaia di visitatori .«In mancanza di leggi nazionali la nostra filiera è cortissima -dice ancora Boscagli - alla nostra mostra-mercato non ci sono prodotti di commercianti: si possono acquistare i tartufi soltanto nei banchi dell'Associazione. Dal 2008 inoltre abbiamo un laboratorio di trasformazione gestito da una cooperativa di tartufai che non usano prodotti chimici come purtroppo avviene spesso mercato. Vogliamo far degustare e conoscere questo magico tubero, per questo abbiamo istituito anche un Museo a tema con percorsi sensoriali».

Ci si chiede tuttavia che fine facciano le tonnellate di tartufi cinesi che entrano ogni anno in Italia. Nero, gommoso e privo di aromi, quell'indicum, tubero senza gloria, sbiancato e aromatizzato artificialmente con prodotti di sintesi invade inesorabile il mercato trasformato in salse e solo la quantità minima consumata impedisce gravi danni alla salute.

Il valore del tartufo italiano è la sua specificità e la sua stagionalità. Tra il primi a nascere da settembre a dicembre è il tuber magnatum pico, il più pregiato e profumato, meno agliaceo di tutti, ma poi c'è il bianchetto, e tutta la grande famiglia dei neri, dallo scorzone alle tante tipologie regionali. Mentre alcune università grazie alla biologia molecolare sono riuscite negli ultimi anni a ottenere piccoli tartufi neri da piante micorizzate, è solo il bosco che può regalarci quello bianco, il diamante della cucina, come lo definiva Brillat Savarin.  

Del resto lo diceva anche Plinio: «è tra quelle cose che nascono ma non si possono seminare». Il tartufo è anche la sentinella dell'ambiente - come ha sottolineato Francesco del Basso della provincia di Isernia, una delle zone del Sud particolarmente vocate - se nasce vuol dire che territorio è sano, incontaminato: una ragione in più per promuoverlo al turismo di qualità.

Dopo questo incontro romano saranno due i prossimi grandi appuntamenti annunciati dall'Associazione delle Città del Tartufo: un convegno nazionale ad Alba il 15 ottobre dal titolo 'Per per fare un tartufo ci vuole un albero. Politiche ed esperienze di gestione degli ambienti a vocazione tartufigena”. A seguire,il 5 novembre al Pirellone di Milano, un convegno in vista dell'Expo 2015. « è un appuntamento internazionale, importante vetrina per il made in Italy - dice il presidente - in cui vogliamo entrare per promuovere il rapporto tra tartufo e territorio,  binomio che vogliamo sempre più valorizzare con la nostra attività istituzionale».

Ci aspetta ora in tutt'Italia una stagione densa di iniziative golose, magari abbinate alla promozione di altre eccellenze del territorio come quella annunciata dal sindaco di Trevi, Giuliano Nalli: Fiera del Tartufo e insieme Frantoi Aperti.