Gli allevatori italiani perdono più di 10 euro ogni 100 kg di latte
L’ultima analisi sul territorio ha evidenziato un costo di produzione di 41,59 euro per 100 kg di latte a fronte di un prezzo riconosciuto dall’industria di 30,17 euro. L’occasione di confrontarsi a livello europeo per tutta la filiera sarà durante la 65ª Fiera internazionale del bovino da latte
CREMONA - Potrebbe sembrare una frase dall'ironia scontata, eppure per gli allevatori italiani il periodo delle 'vacche grasse” appartiene a un ricordo sempre più lontano. Poca redditività, costi in aumento, concorrenza estera sempre più agguerrita e invasiva. Aspettando la 7ª edizione degli Stati generali del latte (Cremona, 28-31 ottobre 2010 nell'ambito della Fiera internazionale del bovino da latte), abbiamo parlato di costi e prospettive per il futuro con Alberto Menghi, ricercatore del Crpa (Centro ricerche produzioni animali).Dottor Menghi, partiamo subito dai freddi numeri. A quanto ammonta oggi il costo di produzione degli allevatori di vacche da latte italiani?
In Italia non si può parlare di un costo di produzione unico, perché il territorio è così vario che in ogni distretto lattiero-caseario si registra un livello di costi mediamente diverso. La più recente analisi relativa al 2009 è stata commissionata al Crpa dalla Provincia di Cuneo su un campione di 30 aziende, dove il costo totale è stato di 41,59 euro/100 kg per aziende superiori alle 100 vacche e con produzioni medie superiori ai 10mila litri/vacca/anno. Di questo campione, solo le aziende con produttività superiore ai 10mila litri di latte sono state in grado di scendere sotto i 40 euro/100 kg. Il prezzo riconosciuto dall'industria è stato in media di 30,17 euro/100 kg. Dopo l'estate il Crpa elaborerà i costi di produzione e i ricavi dei diversi distretti lattiero-caseari.
Quali sono le voci che incidono di più?
L'acquisto dei mangimi ammonta al 27% del totale ed è una spesa difficile da contenere visto che la produttività per vacca è l'elemento che maggiormente investe i costi di produzione. Poi c'è il costo della manodopera (16%); in molti casi le imprese zootecniche sono però a conduzione famigliare, per cui la effettiva remunerazione dipende dalle scelte aziendali. Altre voci importanti riguardano gli ammortamenti dei fabbricati (8%); il parco macchine (7%); gli interventi veterinari (5,5%), e il consumo di energia (4,4%).
La diminuzione produttiva prevista nei prossimi cinque anni in Italia, Spagna e Svezia può essere in qualche modo contrastata? Con quali strategie?
Questo elemento è molto interessante perché si tratta della percezione degli allevatori rispetto al futuro rilevata da un'indagine Edf (Europe dairy farmers). Nonostante i vari studi economici indichino che dopo la fine del sistema quote-latte l'Italia produrrà più latte, gli allevatori intervistati credono che ci sarà invece una riduzione produttiva sulla base delle loro informazioni e indicazioni di costi e ricavi. Non solo. Una delle principali preoccupazioni riguarda la scarsità di persone disponibili a rilevare l'azienda e/o di giovani allevatori che abbiano voglia di continuare con un mestiere comunque molto impegnativo com'è quello dell'allevatore di vacche da latte. Certo, una maggiore redditività potrebbe dare ossigeno e garanzie più incoraggianti sul futuro. Per raggiungere questo obiettivo però, credo che la migliore strategia sia quella di creare una categoria coesa in grado di affrontare il mercato e le sfide tecniche che esso presenterà sempre più insistentemente.Quanto è calata negli ultimi anni la redditività degli allevatori italiani?
Per essere competitivi, soprattutto negli ultimi tempi, molti allevatori hanno capito che era necessario aumentare le dimensioni aziendali. Chi non l'ha fatto ha chiuso o purtroppo è in procinto di farlo. Nonostante l'aumento della produttività delle vacche, però, il numero di aziende in Italia continua a calare, il che significa che i ricavi degli allevatori viaggiano sempre al limite della copertura dei costi di produzione. Si tratta di una politica che nel lungo periodo non può reggere, a cui si aggiunge l'instabilità dei prezzi e la difficoltà del settore primario nella programmazione della propria attività.
A livello europeo, nei confronti di quali paesi l'Italia deve competere di più e con quali strumenti?
L'agricoltura è uno dei pochi settori che viene regolato a livello europeo; da questo punto di vista l'Italia deve solo preoccuparsi di recepire le direttive nel miglior modo possibile e con il minor impatto sugli allevatori, anche se finora è avvenuto esattamente l'opposto. Anzi, in alcuni casi una buona applicazione di queste norme può produrre elementi di investimento e sviluppo. A mio avviso però, dopo le vicende legate alle quote latte e al problema dei nitrati, tanto per citare un paio di esempi, era forse il caso di consultare gli allevatori italiani prima di redigere delle conclusioni che la Commissione considera rappresentative per il nostro Paese e che una volta trasformate in legge potrebbero trovare difficoltà di applicazione come è avvenuto in passato. Tornando alla sua domanda, i confini agricoli italiani sono quelli dell'Estonia, della Finlandia, della Romania. I nostri allevatori competono sul mercato globale e devono fare un patto con l'industria di trasformazione che ha le potenzialità per vendere i prodotti italiani in tutto il mondo, ma essere anche in grado di assicurare ai produttori un'equa remunerazione per programmare un futuro di crescita insieme. L'occasione di confrontarsi a livello europeo per tutta la filiera sarà tra poco, durante la 65ª Fiera internazionale del bovino da latte, in programma a Cremona dal 28 al 31 ottobre, che ospiterà come di consueto gli Stati generali del latte; l'appuntamento sarà la rampa di lancio da cui fare partire strategie comuni per il rilancio del settore a livello europeo.

