L'acqua deve restare un bene a gestione pubblica
E speriamo che adesso non si scateni una bagarre fra i partiti per appropriarsi i meriti o al contrario contestare l'iniziativa. Dopo un imperdonabile silenzio, condito solo da richiami (come al solito) a presunti obblighi europei (la Ue si prende sempre tutte le responsabilità dei pasticci nazionali), la politica dovrà ora fare i conti, sul serio, con una società civile che con la cifra record di un milione e 400mila firme raccolte vuole far saltare tutti i giochi di multinazionali, investitori d'assalto o furbetti del quartierino per impossessarsi del bene 'pubblico” più prezioso in assoluto: l'acqua.
Senza se e senza ma, e lontani da ogni pregiudizio ideologico, plaudiamo al risultato ottenuto dai promotori del referendum contro la privatizzazione dell'acqua. E lo facciamo prendendo subito le distanze dai soliti stupidelli vetero-comunisti che pensano magari di poter avere un 'revival” cavalcando una battaglia di civiltà e di libertà delle comunità locali in nome di qualche inutile crociata contro le privatizzazioni. Sarà anche vero che le privatizzazioni finora introdotte in Italia non hanno dato i risultati sperati (dalle autostrade alla telefonia, sono più i disservizi che i vantaggi reali per gli utenti), ma in questo caso c'è in ballo qualcosa di più profondo che non l'assetto giuridico di un'impresa.
Per il possesso di fonti d'acqua si combatteranno nel pianeta le prossime guerre. Gestire l'acqua vuole dire favorire agricolture efficienti o industrie magari obsolete. Portare l'acqua in una zona vuole dire sostenere interventi immobiliari di Tizio invece che di Caio. Avere la responsabilità dell'acqua vuole dire fare i conti con la salute degli utilizzatori. Per queste, e per mille altre ragioni, riteniamo che tutte le scelte debbano essere prese da enti che in qualche modo fanno riferimento alle istituzioni pubbliche e quindi alla politica. E quindi in qualche controllabili dai cittadini. Pensare che a decidere del nostro futuro possano essere consigli di amministrazione formati da magnati russi invece che emiri arabi non ci piace proprio. E tantomeno che questo possa avvenire magari a seguito di trattative condotte da esponenti di quella P3 che sta avvelenando il Paese.
In Francia, dove il senso delle istituzioni e della tutela delle comunità (anche sul versante della salute pubblica) è forse più forte che da noi, hanno già detto no a questa ipotesi di privatizzazione che spalancherebbe le porte alle multinazionali. La proprietà e la gestione dell'acqua oltralpe resterà pubblica. Speriamo che grazie al referendum lo sia anche da noi. Sempre che il Governo non voglia approfittare del tempo da qui al voto (l'anno prossimo) per svendere beni da almeno 10 miliardi di euro.
A chi sostiene il vantaggio di gestioni private andrebbe ricordato che l'acqua, a differenza di autostrade, gas e luce, non richiede un processo produttivo, ma distributivo e di depurazione e controllo costante, basato su tecnologie costose e continuamente da aggiornare. E ciò mentre la logica impone di ridurre in maniera sensibile i consumi di acqua. Come dovrebbero essere quindi regolate le tariffe? Come pensiamo che i privati possano fare profitti se il bene più prezioso va razionato e i costi di gestione crescono? Meglio davvero la mano pubblica che, in tempi di federalismo, avrebbe almeno un rapporto diretto con le comunità a cui rispondere.
Alberto Lupini
alberto.lupini@italiaatavola.net
Articolo correlato:
Un milione e 400mila firme per la ripubblicizzazione dell'acqua
Senza se e senza ma, e lontani da ogni pregiudizio ideologico, plaudiamo al risultato ottenuto dai promotori del referendum contro la privatizzazione dell'acqua. E lo facciamo prendendo subito le distanze dai soliti stupidelli vetero-comunisti che pensano magari di poter avere un 'revival” cavalcando una battaglia di civiltà e di libertà delle comunità locali in nome di qualche inutile crociata contro le privatizzazioni. Sarà anche vero che le privatizzazioni finora introdotte in Italia non hanno dato i risultati sperati (dalle autostrade alla telefonia, sono più i disservizi che i vantaggi reali per gli utenti), ma in questo caso c'è in ballo qualcosa di più profondo che non l'assetto giuridico di un'impresa.
Per il possesso di fonti d'acqua si combatteranno nel pianeta le prossime guerre. Gestire l'acqua vuole dire favorire agricolture efficienti o industrie magari obsolete. Portare l'acqua in una zona vuole dire sostenere interventi immobiliari di Tizio invece che di Caio. Avere la responsabilità dell'acqua vuole dire fare i conti con la salute degli utilizzatori. Per queste, e per mille altre ragioni, riteniamo che tutte le scelte debbano essere prese da enti che in qualche modo fanno riferimento alle istituzioni pubbliche e quindi alla politica. E quindi in qualche controllabili dai cittadini. Pensare che a decidere del nostro futuro possano essere consigli di amministrazione formati da magnati russi invece che emiri arabi non ci piace proprio. E tantomeno che questo possa avvenire magari a seguito di trattative condotte da esponenti di quella P3 che sta avvelenando il Paese.
In Francia, dove il senso delle istituzioni e della tutela delle comunità (anche sul versante della salute pubblica) è forse più forte che da noi, hanno già detto no a questa ipotesi di privatizzazione che spalancherebbe le porte alle multinazionali. La proprietà e la gestione dell'acqua oltralpe resterà pubblica. Speriamo che grazie al referendum lo sia anche da noi. Sempre che il Governo non voglia approfittare del tempo da qui al voto (l'anno prossimo) per svendere beni da almeno 10 miliardi di euro.
A chi sostiene il vantaggio di gestioni private andrebbe ricordato che l'acqua, a differenza di autostrade, gas e luce, non richiede un processo produttivo, ma distributivo e di depurazione e controllo costante, basato su tecnologie costose e continuamente da aggiornare. E ciò mentre la logica impone di ridurre in maniera sensibile i consumi di acqua. Come dovrebbero essere quindi regolate le tariffe? Come pensiamo che i privati possano fare profitti se il bene più prezioso va razionato e i costi di gestione crescono? Meglio davvero la mano pubblica che, in tempi di federalismo, avrebbe almeno un rapporto diretto con le comunità a cui rispondere.
Alberto Lupini
alberto.lupini@italiaatavola.net
Articolo correlato:
Un milione e 400mila firme per la ripubblicizzazione dell'acqua


