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Finita l'era del falso ottimismo, anche Berlusconi e Tremonti ammettono ormai che è tempo di sacrifici e scelte radicali. Bene, meglio tardi di mai, Un po' di sano realismo non può che fare bene anche se avremmo preferito trovare conferma nelle tante dichiarazioni in cui ci si spiegava che l'Italia stava meglio di altri Paesi. La verità è che la crisi continua a picchiare e i pur interessanti aumenti delle esportazioni non incidono ancora sul livello dei consumi interni, che continua a restare piatto.

In questo contesto si inserisce ora l'annuncio di un programma, per molti versi rivoluzionario, per favorire la cosiddetta libertà per le piccole e medie imprese. Una cosa di cui tanto c'è bisogno ma che non si è mai potuta realizzare per il peso della nostra burocrazia. Il presidente del Consiglio ha parlato di autocertificazioni per liberare i piccoli imprenditori dai mille adempimenti ripetitivi e della possibilità di aprire una società in un giorno. «Stiamo studiando con Tremonti - ha detto Silvio Berlusconi - una misura rivoluzionaria, un grande piano di liberalizzazioni, a cominciare dal rafforzamento della libertà di impresa prevista dalla Costituzione, che possa prevedere, per un arco di tempo di due o tre anni, la totale autocertificazione per le piccole e medie imprese e per l'artigianato».

Ci sarebbe da gioire, e vorremmo farlo, soprattutto considerando quanto siano pesanti gli oneri burocratici anche nel settore dell'Horeca, in special modo per la ristorazione, vessata da mille regole e controlli, ma senza tutela. Usiamo però il condizionale perché l'idea di poter aprire un bar o un ristorante in un giorno non è un'idea che ci faccia proprio gioire. Un po' perché di queste attività ce ne sono già troppe e spesso quelle che nascono hanno vita breve per scarsa preparazione o perché il mercato è saturo (soprattutto in momenti di crisi). E un po' perché, invece di una liberalizzazione, da tempo invochiamo nuove regole, al limite anche più restrittive, per chi deve svolgere attività legate alla somministrazione di cibi e alimenti. Da un lato la sofisticazione dei prodotti e dall'altro la necessità di una maggiore formazione per essere in grado di far fronte alle crescenti richieste della clientela di garanzie legate alla salute e al benessere richiedono un innalzamento delle qualifiche professionali del settore, non una loro riduzione.

C'è poi un aspetto di non poco conto se si considerano gli adempimenti, spesso eccessivi, in termini di Haccp e di rispetto igienico sanitario. Molti ristoranti sono in regola, ma altri no. E questo già crea condizioni di disparità. Se adesso introduciamo una liberalizzazione selvaggia per cui chi non è in regola continua a non esserlo contando su autocertificazioni che per due o tre anni non verranno controllate, davvero aggiungiamo beffa al danno. Per non parlare delle autocertificazioni di quegli ambulanti che già sono fuori da ogni regola partecipando a sagre tarocche e senza alcun controllo.

Francamente di liberalizzazioni capaci alla fine di agevolare solo i soliti furbi o le grandi multinazionali del cibo non sapremmo che farcene. Se si tratta di norme che regolamentano meglio il settore e permettono di far vincere, con meno spese, qualità e rigore, ben vengano. Anche perché abbiamo a che fare con l'alimentazione e la salute degli italiani. Meglio ricordarselo.

Alberto Lupini
alberto.lupini@italiaatavola.net