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Finalmente un po' di ottimismo. Sia pure di maniera e magari con qualche sorriso un po' forzato, questo è l'atteggiamento prevalente fra i produttori di vino italiani. Vinitaly, mai come quest'anno atteso come termometro del mercato, ha indicato una cifra in positivo. E su questa si sono allineati tutti. Anche chi magari si sente più speranzoso che ottimista, ma tant'è. Gli stranieri sono tornati in massa a Verona e molti di questi (grazie anche alle iniziative dell'ente fiera sui mercati esteri) hanno ripreso ad acquistare. E questa è la parola d'ordine passata di padiglione in padiglione e di stand in stand.

Il vino italiano è in grande spolvero ed è certamente il più bevuto al mondo. Anche perché di vino in Italia, complice una classe politica distratta o incapace, se ne beve o se ne può bere sempre di meno. La demonizzazione dell'alcol ha lasciato da tempo il segno e le iniziative di quanti sono convertiti dalla crociata anti vino alla strategia del bere responsabile (l'ormai ex ministro Zaia in testa) non hanno osato sfidare fino in fondo luoghi comuni e stupidaggini da benpensanti d'altri tempi. Fra timore dell'alcol test o rischio di passare per persone non abbastanza di tendenza, il consumo di vino è così sceso in Italia a 40 litri a testa contro i 53 della Francia. Per fortuna ne bevono sempre di più negli Usa o in Gran Bretagna, mentre prospettive più che interessanti si aprono in Cina e in genere in Asia. A segnare il ruolo che il vino gioca per il nostro sistema (di fatto è oggi la punta di diamante delle esportazioni agroalimentari e del Made in Italy a tavola) c'è poi stata la storica visita del Presidente della Repubblica, che ha richiamato ancor più attenzione sulla manifestazione veronese.

Ora però c'è da sfruttare al meglio questo momento. Avviando magari alcune iniziative utili ai produttori di vino, ma capaci di dare una sferzata positiva a tutta la filiera. Il recupero in tutta Italia di vitigni autoctoni è una tendenza che va rafforzata per i positivi effetti che ha sul territorio e sul richiamo turistico. La crescita qualificativa in atto in un po' tutte le regioni va sostenuta e deve diventare davvero la modalità di distinzione del vino italiano rispetto a quello dei Paesi del sud del mondo. Le esperienze di produzioni biologiche o comunque attente a ridurre l'utilizzo di prodotti chimici in vigna e in cantina devono diventare un vantaggio competitivo dell'intero sistema. E di questo le guide dovrebbero occuparsi con più attenzione per permettere ai consumatori di bere vini sempre più 'sani”, oltre che, ovviamente, buoni.

Per le cose da fare, un capitolo a parte potrebbe essere occupato dalle nuove modalità di vendere il vino. A parte il pensare a uno sviluppo di internet, andrebbe rivisto un sistema che penalizza produttori e consumatori con le vendite in posti spesso squalificati come le sagre 'tarocche”, mentre non punta su un luogo che per sua natura sarebbe vocazione naturale per promuovere il vino e in genere i prodotti del territorio: il ristorante. Il riferimento non è tanto a iniziative meritorie come la vendita al bicchiere o la trovata della bottiglia condivisa fra tavoli diversi, invece che l'adozione di nuovi formati da un litro o da mezzo (più adatti per tavoli da 4 o due commensali). Tutto ciò serve a consumare meglio il vino al tavolo. Ma oltre a ciò sarebbe davvero utile fare dei ristoranti i terminali naturali delle cantine del territorio. Al tempo stesso show room e spazio di vendita, così da rafforzare il legame virtuoso di tutta la filiera agroalimentare. Per questo occorrono iniziative coraggiose (sui prezzi) da parte di cantine e ristoratori. Ma il successo è scontato.

Alberto Lupini
alberto.lupini@italiaatavola.net



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