Durante il periodo delle feste, Ponte di legno (Bs) assume quella particolare atmosfera, ideale per l'ambientazione di favole e leggende. Nelle ore che dal crepuscolo vanno coprendo la notte, le luci delle case, dei negozi, delle bancarelle, si amplificano, riverberate dal candore della neve che copre i tetti del paese, prati e montagne circostanti, così che il cielo notturno si colori di un blu luminoso, dove le stelle paiono scendere verso la terra per mostrarsi nella loro luce più intensa.

Più in alto si apre il Passo del Tonale, mecca bresciana dello sci, luogo di svago e divertimento e perfetta cornice delle feste di fine anno. Eppure questo candido scenario è stato creduto uno dei luoghi ideali per ritrovi di creature maligne, le streghe, che in particolari date convenivano per celebrare il sabba, l'incontro con il demonio. Giunte a migliaia dalla Valtellina, val Seriana  Valtrompia, nonché dalla stessa Valcamonica, cavalcando scope che per un incantesimo si trasformavano in destrieri, si abbandonavano intorno a grandi fuochi a ridde di irrefrenabili danze.

La fiaba e il sabba sembrerebbero le due facce di una stessa medaglia inscritta nel mondo del fantastico, ma se le fate, per la loro natura benigna non sono mai state indagate, rimanendo intatte e indisturbate nell'immaginario, le streghe hanno dovuto essere identificate e riconosciute in donne in carne e ossa per dare dimostrazione dei poteri di Satana. Di questo ci parlano le testimonianze e gli atti dei processi da parte dell'Inquisizione che si sono svolti in Valcamonica durante il XVI secolo, conclusisi con l'esecuzione di atroci torture e la messa al rogo delle imputate, in maggior parte depositarie della millenaria sapienza erboristica, che al Tonale salivano per raccogliere particolari erbe officinali.

Queste antiche credenze terrorizzanti trovano eco in alcune tradizioni. A Vezza d'Oglio (Bs), durante la notte dell'Epifania, lungo i fianchi della montagna vengono accesi dei falò per indicare la via ai Re Magi, ma il significato di quei fuochi è esorcizzante e si ricollega ad una leggenda dei tempi dell'Inquisizione. La notte del 5 gennaio, un gruppo di streghe cacciate dai paesi della valle e dirette al Tonale per incontrarsi con il demonio, avrebbe rapito tutti i bambini dalle culle, sparendo con loro. La gente, dopo aver cercato ovunque, si sarebbe spinta sino in Tonale, ma invano.  

Per sfuggire al pericolo, durante le notti dell'Epifania i bambini vennero affidati alle ghidàhe, le madrine di battesimo, e ogni notte del 5 gennaio si tennero accesi i falò nelle strade del paese e sui monti, nell'intento di allontanare le terribili creature. Dell' inquietante vicenda è rimasta la consuetudine, detta del gabinàt - dal tedesco gabe, dono -, di uno scambio reciproco di regali tra mamme, bambini e madrine, che il mattino seguente si ritrovano nelle strade del paese.

A Ponte di legno e nei paesi limitrofi - forse per le moltitudini di streghe transitate -, la Befana, a scanso di non essere scambiata per una di loro, rifugge di passare. In sua vece, il 6 gennaio sono le madrine a far visita ai propri figliocci, recando doni, mentre i più piccoli vengono portati in chiesa per ricevere la benedizione che ha senza dubbio valenza apotropaica.

La festa del Natale non è stata mai sfiorata da personaggi e storie inquietanti, rimanendo integra quanto al suo profondo significato benefico. A Ponte di legno ha resistito a lungo la tradizione di recarsi, durante la notte Santa, a prendere la cosiddetta 'acqua di Gesù Bambino”, scaturita da una sorgente che in quelle ore assumeva poteri miracolosi. Il luogo - che oggi non esiste più - si trovava nei campi vicino al Castellaccio; ognuno riempiva un secchio del liquido miracoloso, portandolo a casa destinandola ai momenti maggiormente difficili, soprattutto come acqua di guarigione.

Quella notte trascorreva semplicemente, cenando come di consueto, nell'abituale austerità montanara. Le leccornie venivano riservate al pranzo del 25. Il piatto maggiormente rappresentativo era costituito dai tradizionali calhù, seguivano la gallina ripiena o il coniglio arrosto, accompagnato dall'allegria della polenta.

I calhù costituiscono un tipo di pasta ripiena dal sapore tipicamente montanaro. La farcia è composta da patate lesse schiacciate, mescolate a della verza cotta, formaggio grattugiato di montagna, uova a legare e, per insaporire il tutto, una bella hfrizida - il soffritto tipico col quale si condiscono molti piatti -, ottenuto facendo dorare della cipolla tagliata finemente in lardo pestato e burro in parti uguali.

Con questi ingredienti ben mescolati fra loro, si farciscono dei rettangoli di pasta all'uovo che vengono piegati, quindi schiacciati nel mezzo, per ottenere la forma caratteristica di quelli di Ponte di legno. Una volta bolliti per alcuni minuti vengono versati in un piatto di portata e conditi con burro e formaggio di monte grattugiato. Inutile dire che è la genuinità degli ingredienti e la loro tipicità, a conferire ai piatti locali un gusto irripetibile. Il ripieno della gallina si otteneva mescolando della mollica di pane fatta ammorbidire nel latte, quindi strizzata, un poco di Bologna (mortadella) o/e salame ben pestati, delle erbe lessate, prezzemolo tritato, due amaretti sbriciolati, un uovo e del formaggio grattugiato, sale, ma tutto, alla fine, dipendeva da quello che poteva offrire la dispensa. Se qualche ingrediente mancava, il ripieno si faceva lo stesso.

La polenta era una presenza costante sulla loro tavola, soprattutto quella di patate: lessate e schiacciate, venivano messe nel paiolo con un po' di farina bianca mescolate con i saporiti 'ciccioli”, risultati dalla colatura del grasso del maiale. Un'aggiunta di formaggio di monte dava il tocco finale. 'Una vera chicca - sottolinea Lucia -, in barba al colesterolo che allora, con tutto il lavoro che si doveva eseguire, non esisteva neppure”.

Con l'esubero di panna, mescolata in parti uguali con acqua - perché un tempo il principale sostentamento di queste popolazioni era costituito dal latte e dai suoi derivati -, si ottenevano nutrienti e deliziose polente di mais.

Fradàrde e bucìne, nomi dall'etimo incerto che designano i dolci natalizi, ma non solo, delizia dei piccoli e parimenti dei grandi, sono di facile esecuzione e derivano sostanzialmente dallo stesso impasto di uova, farina, panna (per dare friabilità), un pizzico di zucchero, che viene lavorato energicamente. Per ottenere le fradàrde lo si tira con il matterello fino ad essere piuttosto  sottile, si taglia a strisce che vengono fritte nello strutto di maiale, quindi cosparse di zucchero.

Se all'amalgama si aggiunge della scorza di limone grattugiata, un goccio di anice, o grappa, si possono fare le bucìne. L'impasto viene tirato con il matterello, ma allo spessore con cui si formano gli gnocchi, tagliato a strisce da cui si ricavano dei pezzi che vengono lavorati a forma di pallina. Anche qui la cottura avviene in abbondante strutto di maiale, e il tocco finale è dato da una pioggia di zucchero semolato.

La turta heca (torta secca) poteva fare la sua comparsa in questi giorni, pur essendo il dolce tipico della festa di S. Pietro, che si celebra il 29 giugno. Tre è il suo numero tòpico: tre etti di farina, tre etti di burro, tre etti di zucchero, tre etti di mandorle e due uova da impastare insieme sulla spianatoia, il tutto ben accomodato in una tortiera unta di burro, cosparsa di farina, e cotto in forno.

Compiuto un balzo per superare le feste religiose, e giunti a capodanno, il pensiero è sempre corso al futuro. L'inizio di un nuovo anno costituito per queste popolazioni un grande interrogativo. Con un'economia di tipo prevalentemente silvo-pastorale il clima assumeva la massima importanza. Qui non serviva essere streghe o indovini, disporre di occhi di rospo o denti di pipistrello: bastava un semplice rito da compiersi la notte del 24 gennaio, giorno di S. Paolo, disponendo di sale grosso e cipolle, semplici gesti che sopravvivono tuttora. Ed ecco svelato l'arcano: tagliando per largo le cipolle, bisognava ricavarne dodici scodellini, uno per ogni mese dell'anno, disporli su un vassoio e in ognuno mettere qualche grano di sale. Al calar delle tenebre posare il vassoio sul davanzale e, il mattino dopo controllare: se il sale si è completamente sciolto, il mese sarà piovoso, se solo parzialmente, sarà variabile, mentre se non lo sarà affatto si godrà il sole. 'Né de crescendi, né de calandi, non me ne cura, pur che la not de S. Paol la sies scura”. Non mi curo né del crescere, né del calare (della luna), pur che la notte di S. Paolo sia scura.