Le esportazioni del settore nei primi dieci mesi 2009 hanno segnato un calo del -4,9% sullo stesso periodo 2008. è molto probabile che il consuntivo di fine anno si attesterà vicino al -4%. Anche su questo fronte, come su quello produttivo, i trend sono apparsi in marcato recupero rispetto ai segni "meno" di inizio anno, oscillanti attorno al -6-7%. E anche su questo versante va sottolineato il netto vantaggio accumulato dal trend di settore rispetto a quello del totale Italia, che ha chiuso l'anno con una diminuzione attorno al -24% sul 2008. è quanto emerge dall'analisi di Federalimentare sull'andamento del settore nel 2009. Un risultato raggiunto anche grazie alla propensione export-oriented di alcune regioni italiane, tra cui spiccano Campania, Piemonte e Puglia.

Sull'arco 2000-2009 l'espansione dell'export del settore in valuta corrente è stata pari al +52,4%, con un vantaggio ancora più marcato di quello messo a segno dalla produzione: esso si confronta infatti col +7,1% del totale Italia. A pesare sull'export alimentare 2009 ha contribuito la forte discesa del mercato nordamericano, appesantito dai cali del -13,2% degli Usa e del -9,5% del Canada. Cui si sono aggiunti quelli, più ridotti, dei grandi mercati europei, a cominciare dal primo sbocco del "food and drink" nazionale, la Germania (-3,4%), e poi dalla Francia (-2,8%) e dal Regno Unito (-6,6%). Fra i comparti di maggior peso sul versante esportativo, ha brillato la "trasformazione degli ortaggi", con un incremento del +11,3%, seguita dal molitorio (macinazione dei cereali, ndr) (+8,8%), dalla birra (+3%) e dal dolciario (+3,0%). Apprezzabile anche la tenuta della carne (+0,4%) e del caffè (-0,4%).

Su trend di discesa superiori alla media complessiva di settore, invece, lo "zucchero" (-22,6%), la "trasformazione della frutta" (-17,0%), gli "oli e grassi" (-13,8%), l'alimentazione animale (-8,8%) e lo stesso comparto leader dell'export, i "vini e mosti", che segnano un -6,2%. Il calo della "pasta", pari al -9,9%, è influenzato dalla discesa dei prezzi del prodotto, legata al calo delle quotazioni internazionali dopo la fine del boom delle commodity. A livello quantitativo, infatti, l'export del comparto pastaio ha registrato un leggera variazione positiva di quasi due punti. In linea col calo medio dell'export di settore, il comparto "lattiero-caseario" (-4,4%), mentre cali contenuti mostrano la "acque minerali e gassose" (-3,3%), il "riso" (-3,0%), l' "ittico" (-2,7%) e le "acquaviti e liquori" (-1,9%). Il taglio dell'"alcool etilico" (-58,6%) non deve allarmare per gli alti e bassi fisiologici di questo comparto.

Complessivamente, la proiezione esportativa del settore si traduce in una percentuale media vicina al 16% del fatturato destinata all'estero. è una incidenza inferiore di circa un punto a quella segnata l'anno precedente, con uno scostamento di 2-3 punti rispetto a quella media dell'industria alimentare dei principali paesi della Comunità. Essa è inferiore anche alla proiezione esportativa del sistema Italia nel suo complesso, che si attesta poco sopra il 20% dopo aver superato il 23% nel 2008.

Le vendite interne - sottolinea la Federalimentare nella sua analisi - «soffrono per la crisi di capacità di acquisto e la conseguente riflessività della spesa degli italiani. Dopo la flessione del -2,5% dei consumi alimentari 2008, i dati dei primi dieci mesi 2009 indicano una flessione del -1,6% sullo stesso periodo 2008. Essa si dovrebbe confermare a fine anno e risulta del tutto allineata alla perdita di capacità di acquisto registrata dalle famiglie nel 2009 recentemente calcolata dall'Istat (-1,6%"). Considerando tuttavia che i prezzi al consumo si sono attestati nel corso dell'anno attorno al +0,5% per l'alimentare lavorato e al +0,8% per il non lavorato, è evidente che, in volume, i consumi hanno mostrato un calo superiore al -2%, prossimo a quello del 2008.

Si precisa che il differenziale tra le vendite alimentari su dati grezzi della Gdo e quelle dei piccoli esercizi ha superato a fine anno i tre punti percentuali, ampliando la forbice emersa nella prima parte del 2009. Si aggiunge altresì che la contrazione di gran lunga maggiore dei consumi alimentari appartiene al "fuori-casa", mentre quelli domestici hanno mostrato erosioni più limitate. Va anche sottolineato che la spesa alimentare manifesta crescenti profili "low cost", che deprimono la possibilità di recupero dei margini da parte delle aziende.

Si tratta di una tendenza preoccupante per un settore che fa del valore aggiunto e della qualità le sue caratteristiche di fondo. Durante la seconda metà del 2007 e per tutta la prima parte del 2008 l'attenzione sui prezzi alimentari è stata molto elevata. Successivamente essa è scemata, con l'esaurirsi del boom delle commodity agricole, anche se il problema di affrancare in prospettiva questi approvvigionamenti strategici dai fenomeni speculativi rimane nella sua interezza. La punta dei prezzi alimentari alla produzione fu raggiunta nel giugno 2008 con un +13,7% medio rispetto al giugno 2007.

Poi è cominciato un rapido rientro. A fine 2009 il trend si è completamente invertito, con tendenziali dei prezzi alla produzione attorno al -4%, a fronte dei citati aumenti paralleli del +0,5% medio dei prezzi al consumo dell'alimentare lavorato.


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