Francamente di queste polemiche di metà agosto ne avremmo fatto a meno in tanti. Che al Senatur non piaccia l'inno di Mameli era da tempo noto, ma dei suoi gusti musical-patriottici a pochi, per fortuna, sembrava importare molto finora. Un po' meno scontato era però che a furia di polemiche sui simboli astratti del federalismo si arrivasse a scontri al calor bianco all'interno della stessa maggioranza di Governo e che addirittura qualcuno, purtroppo, abboccasse all'amo delle provocazioni leghiste e rispondesse per le rime ponendo sul serio in discussione (sia pure a livello polemico) l'unità reale del Paese. Eppure, quasi incuranti che l'Italia, nonostante qualche timido segnale è tutt'altro che fuori da una crisi economica da cui si può uscire solo contando su tutte le risorse nazionali, ai politici italiani non è sembrato vero di azzuffarsi sul nulla, lanciando più di qualche segnale preoccupante.
Fra questi, non certo irrilevante è la provocazione della senatrice Adriana Poli Bortone (già esponente di primo piano di Alleanza Nazionale e ministro delle Politiche agricole di un governo Berlusconi…) che a furia di assistere a proposte di legge sulla grappa fai da te, sull'esame di dialetto per insegnare in province diverse da dove si  è nati, o per elevare di rango le bandiere delle regioni, ha sbottato proponendo agli italiani del sud di «non comprare i prodotti della Padania». Certo la battagliera pugliese Poli Bortone può essere alla ricerca di un nuovo spazio politico quale presidente del movimento Io Sud, ma sta di fatto che le sue parole mettono allo scoperto il rischio di un dibattito che si sta svolgendo un po' troppo sopra le righe e contro gli interessi nazionali.

Che poi un esponente leghista di primo piano, come il ministro Luca Zaia (anch'egli alle Politiche agricole) intervenga parlando di farneticazioni e buttando di fatto olio sul fuoco è solo una dimostrazione di come a livello politico non ci si rende conto che oggi, più che mai, il Paese ha bisogno di unità, coerenza ed esempi in positivi. Non già di stupidaggini.

Certo non si può addebitare agli uomini della Lega mancanza di coerenza, ci mancherebbe altro. Ma forse un po' più di cautela nel lanciare messaggi che se nascono da considerazioni obiettive (il degrado amministrativo e gestionale delle regioni del sud, nessuna esclusa, dalla sanità al fisco) hanno però il torto di essere poste in modo rozzo e facilmente strumentalizzabile. In vista della ripresa delle attività fra pochi giorni, l'Italia ha bisogno di sapere che il Governo e tutti i suoi ministri, nessuno escluso, sono in prima fila a difendere posti di lavoro, livelli economici e di sicurezza sociale. Di battaglie sulle escort o sui dialetti non ne abbiamo proprio bisogno.

Per il resto ci piace sperare che dopo le troppe saghe inutili con annesse bevute, con la ripresa si mettano nel cassetto stupide guerre di religione. La provocazione della Poli Bordone fa forse più male al Paese delle sciocchezze sugli esami di dialetto, ma non bisogna dimenticare che non è stata la prima a lanciare queste trovate. In modo diverso, e per difendere indefinibili interessi nazionali, ci aveva già provato lo stesso Zaia a Natale. Come dire che chi di ananas ferisce, di Prosecco potrebbe perire. E l'Italia non ne ha certo bisogno.

 

Alberto Lupini

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