Belle lettere per fare cassetta
Si annuncia una missione d’esperti per recuperare l’immagine italiana all’estero e dall’altra si propongono etichette in dialetto. Ecco alcune puntuali considerazioni di Claudio Riolo, perenne viaggiatore, che possono stimolare comportamenti virtuosi e concreti per le aziende dell’ospitalità
Un paio di notizie di fonte governativa sembrano a prima vista riguardare aspetti lontani della nostra vita quotidiana. Da una parte si annuncia una missione d'esperti per recuperare l'immagine italiana all'estero e dall'altra si propongono etichette in dialetto. Il direttore, Alberto Lupini le ha già ben commentate nei giorni scorsi, ma aggiungo alcuni considerazioni che possono stimolare comportamenti virtuosi e concreti per le aziende dell'ospitalità.
Anzitutto preciso che non ho autorevolezza né cultura per commentare e mi limito a confrontare con alcuni fatti. Manhattan, al Columbus Day, sventolava di tricolori come ogni anno e un ministro del nostro governo proponeva giustamente di diffondere maggiore cultura e più uso della lingua italiana. In argomento, merita segnalare che dal 20 al 26 ottobre i consolati italiani di tutto il mondo organizzeranno la consueta Settimana della lingua italiana nel mondo con spettacoli, incontri e conferenze a tema. Ricordo con piacere un pomeriggio di qualche anno fa quando due attori italiani affascinarono centinaia di persone, proprio in un consolato italiano, fìngendosi a tavola, leggendo brani di scrittori italiani del ‘900 e componendo un gustoso menu letterario. Mi sembra un metodo efficiente per pubblicizzare l'Italia e le sue eccellenze, certo migliore della diffusione di comunicati stampa.
Nel passato troviamo tanti esempi in cui la cultura ha giocato un ruolo essenziale per la nostra migliore immagine. Cento anni fa, Hans Barth scrisse il libro Osterie, una colta guida turistica che, per raccontare la bella Italia, traeva spunto dalle letteratura, più che dai luoghi del bere. L'ineffabile prefazione fu scritta da Gabriele d'Annunzio. A fine anni ‘80 gli scrittori tedeschi Doris e Arnold R. Maurer pubblicarono Guida Letteraria dell'Italia, dizionario di borghi, città e personaggi della cultura che a vario titolo ne furono collegati, con segnalazione delle loro opere. Accanto alle foto di Italo Calvino, Giovanni Comisso e centinaia d'altri, alle vedute di Venezia e Bologna o al racconto della campagna romagnola di Giovanni Pascoli, solo per citare alcuni esempi di una sorta d'efficiente campagna stampa di gran classe. Ecco, questa è la miglior pubblicità dell'Italia che gli stranieri c'invidiano, che amano e con cui sono disposti a fare affari. Sembra quasi che più di noi, che ci viviamo, sappiano che l'Italia è una miniera di opere d'arte, monumenti, bellezze naturali con milioni di siti spesso dimenticati. Chi viaggia un poco raccoglie ogni istante a piene mani tesori inestimabili; quale miglior biglietto da visita per far dimenticare i nostri difetti nazionali? Aggiungo, perché pochi lo sanno, che il Ministero dell'Interno è proprietario di 700 chiese tra le più belle del mondo; una squadra di funzionari le mantiene linde e accessibili, organizza mostre di raro valore artistico e scenografico. Accanto ai solerti funzionari governativi, merita segnalare anche le migliaia di ristoratori, osti, albergatori, vignaioli e quanti dallo loro bottega sono ambasciatori quotidiani della miglior Italia. Fra tutti e a titolo d'esempio ricordo due ragazzi poco più che ventenni che a Maiolati Spontini, borgo natale del musicista Gaspare, gestiscono il ristorante nel parco dedicato a sua moglie Celeste Erard. Appena aperto, è già frequentato da numerosi mitteleuropei disposti a spendere per il buon tono, la cucina e il servizio molto gradevoli, il panorama ineguagliabile.
Veniamo alle etichette in dialetto che mi ricordano, a prima botta, l'assurda pretesa di far comprendere frasi simili a 'Aì aé aie ìe?” che a Treviglio forse sta per: 'Hai visto le api vive?” Come la mettiamo con i müch? le cadreghe? i pignetun? le moéche. In alcune vallate alpine il vino si ordina solo con un gesto del dito; lo fotografiamo per le etichette? Scherzi a parte, i dialetti affascinano, l'abbiamo previsti anche nel bando del premio Italia a Tavola, ma per capirli bisogna conoscere bene l'italiano. Parafrasando Bernabò Bocca, presidente di Federalberghi, che invita a viaggiare italiano, suggerisco di parlare come si mangia; non dimentichiamo che abbiamo esportato in tutto il mondo parole come pizza, spaghetti, espresso e hanno fatto la fortuna di tanti.
Lo scrittore Cesare Marchi, oltre a entusiasmarci con il saggio Quando siamo a tavola, tentava di farci eliminare i francesismi come pane all'olio, spaghetti al pomodoro, filetto ai ferri, gelato alla crema, torta alla crema sostituendoli con i più corretti e intonati pane con l'olio, spaghetti col pomodoro, filetto sui ferri, gelato di crema, torta di panna. Chi avverte la musicalità di questo bel scrivere e parlare, beneficerà anche della ricchezza che ne deriva. Proprio ricchezza, piccioli, per dirla con i palermitani, denaro sonante. Lo scrittore continuava: '..noi parliamo la stessa lingua che parlava Dante nel ‘300. Nel mezzo del cammin di nostra vita è compreso ancor oggi da tutti. Invece gli inglesi e i francesi di media cultura trovano scarsamente comprensibili i loro autori antichi. Il loro idioma è cambiato molto più rapidamente del nostro. Il 56 per cento dei vocaboli in Italia non è cambiato.” E possiamo affermare con serenità che l'italiano è amato e usato all'estero e purtroppo difetta solo da noi.
Nelle vetrine di mezzo mondo si legge ‘torta della nonna' e ‘gelato al limone' e noi facciamo un rebelotto linguistico ormai incomprensibile. Per esempio, rammento con orrore gli svariati termini anglosassoni che imperversano per insegnare a cucinare la bistecca alla brace o apparecchiare la tavola di Natale. Sempre Cesare Marchi ricordava, nella sua utile e divertente grammatica Impariamo l'italiano che la lingua non deve morire, ma si può modificare lentamente, assorbendo parole d'altre lingue e adattandole ai nostri suoni e cultura. Richiede un po' di fatica e aguzza la fantasia, ma è lo stesso esercizio che ci consente di conoscere meglio la nostra terra e venderla al meglio, senza ricorrere a scorciatoie che ci penalizzano. Siamo tanto moderni e poi la maggioranza non usa il computer, tanto meno Internet? A questo punto volevo suggerire di consultare in rete il dizionario De Mauro Paravia dei sinonimi e contrari ma scopro con rammarico che non esiste più. Quindi consiglio vivamente www.dizionario.rai.it con suggerimenti grammaticali e il suono della pronuncia corretta, più la lettura di 50 testi classici.
Tornando a noi, non comprendo perché si dica stalking (o stolking) invece di persecuzione e mi fa ridere escort invece di prostituta d'alto bordo o magari putanùn; per me rimane la Ford del nonno. Mi vien il dubbio che non siano solo scorciatoie, ma modi per confondere e sconcertare... l'audience, anzi il pubblico.Marchi suggeriva che 'chi ordina Champagne invece di Spumante forse non è un intenditore di vini ma si fa suggestionare dall'etichetta” (o pensa di far miglior figura, aggiungo).
Basterebbero queste considerazioni per indugiare meno sull'anglofonia. Il linguaggio è la nostra ricchezza o, come dicono i sapientoni, la nostra cifra. Non voglio neppure pensare al mucchio di parole straniere affastellate minuto per minuto dal vociare tutt'intorno. Proviamo a pensarci su, almeno nel nostro ambiente delle cose belle e buone.
Anzitutto preciso che non ho autorevolezza né cultura per commentare e mi limito a confrontare con alcuni fatti. Manhattan, al Columbus Day, sventolava di tricolori come ogni anno e un ministro del nostro governo proponeva giustamente di diffondere maggiore cultura e più uso della lingua italiana. In argomento, merita segnalare che dal 20 al 26 ottobre i consolati italiani di tutto il mondo organizzeranno la consueta Settimana della lingua italiana nel mondo con spettacoli, incontri e conferenze a tema. Ricordo con piacere un pomeriggio di qualche anno fa quando due attori italiani affascinarono centinaia di persone, proprio in un consolato italiano, fìngendosi a tavola, leggendo brani di scrittori italiani del ‘900 e componendo un gustoso menu letterario. Mi sembra un metodo efficiente per pubblicizzare l'Italia e le sue eccellenze, certo migliore della diffusione di comunicati stampa.
Nel passato troviamo tanti esempi in cui la cultura ha giocato un ruolo essenziale per la nostra migliore immagine. Cento anni fa, Hans Barth scrisse il libro Osterie, una colta guida turistica che, per raccontare la bella Italia, traeva spunto dalle letteratura, più che dai luoghi del bere. L'ineffabile prefazione fu scritta da Gabriele d'Annunzio. A fine anni ‘80 gli scrittori tedeschi Doris e Arnold R. Maurer pubblicarono Guida Letteraria dell'Italia, dizionario di borghi, città e personaggi della cultura che a vario titolo ne furono collegati, con segnalazione delle loro opere. Accanto alle foto di Italo Calvino, Giovanni Comisso e centinaia d'altri, alle vedute di Venezia e Bologna o al racconto della campagna romagnola di Giovanni Pascoli, solo per citare alcuni esempi di una sorta d'efficiente campagna stampa di gran classe. Ecco, questa è la miglior pubblicità dell'Italia che gli stranieri c'invidiano, che amano e con cui sono disposti a fare affari. Sembra quasi che più di noi, che ci viviamo, sappiano che l'Italia è una miniera di opere d'arte, monumenti, bellezze naturali con milioni di siti spesso dimenticati. Chi viaggia un poco raccoglie ogni istante a piene mani tesori inestimabili; quale miglior biglietto da visita per far dimenticare i nostri difetti nazionali? Aggiungo, perché pochi lo sanno, che il Ministero dell'Interno è proprietario di 700 chiese tra le più belle del mondo; una squadra di funzionari le mantiene linde e accessibili, organizza mostre di raro valore artistico e scenografico. Accanto ai solerti funzionari governativi, merita segnalare anche le migliaia di ristoratori, osti, albergatori, vignaioli e quanti dallo loro bottega sono ambasciatori quotidiani della miglior Italia. Fra tutti e a titolo d'esempio ricordo due ragazzi poco più che ventenni che a Maiolati Spontini, borgo natale del musicista Gaspare, gestiscono il ristorante nel parco dedicato a sua moglie Celeste Erard. Appena aperto, è già frequentato da numerosi mitteleuropei disposti a spendere per il buon tono, la cucina e il servizio molto gradevoli, il panorama ineguagliabile.
Veniamo alle etichette in dialetto che mi ricordano, a prima botta, l'assurda pretesa di far comprendere frasi simili a 'Aì aé aie ìe?” che a Treviglio forse sta per: 'Hai visto le api vive?” Come la mettiamo con i müch? le cadreghe? i pignetun? le moéche. In alcune vallate alpine il vino si ordina solo con un gesto del dito; lo fotografiamo per le etichette? Scherzi a parte, i dialetti affascinano, l'abbiamo previsti anche nel bando del premio Italia a Tavola, ma per capirli bisogna conoscere bene l'italiano. Parafrasando Bernabò Bocca, presidente di Federalberghi, che invita a viaggiare italiano, suggerisco di parlare come si mangia; non dimentichiamo che abbiamo esportato in tutto il mondo parole come pizza, spaghetti, espresso e hanno fatto la fortuna di tanti. Lo scrittore Cesare Marchi, oltre a entusiasmarci con il saggio Quando siamo a tavola, tentava di farci eliminare i francesismi come pane all'olio, spaghetti al pomodoro, filetto ai ferri, gelato alla crema, torta alla crema sostituendoli con i più corretti e intonati pane con l'olio, spaghetti col pomodoro, filetto sui ferri, gelato di crema, torta di panna. Chi avverte la musicalità di questo bel scrivere e parlare, beneficerà anche della ricchezza che ne deriva. Proprio ricchezza, piccioli, per dirla con i palermitani, denaro sonante. Lo scrittore continuava: '..noi parliamo la stessa lingua che parlava Dante nel ‘300. Nel mezzo del cammin di nostra vita è compreso ancor oggi da tutti. Invece gli inglesi e i francesi di media cultura trovano scarsamente comprensibili i loro autori antichi. Il loro idioma è cambiato molto più rapidamente del nostro. Il 56 per cento dei vocaboli in Italia non è cambiato.” E possiamo affermare con serenità che l'italiano è amato e usato all'estero e purtroppo difetta solo da noi.
Nelle vetrine di mezzo mondo si legge ‘torta della nonna' e ‘gelato al limone' e noi facciamo un rebelotto linguistico ormai incomprensibile. Per esempio, rammento con orrore gli svariati termini anglosassoni che imperversano per insegnare a cucinare la bistecca alla brace o apparecchiare la tavola di Natale. Sempre Cesare Marchi ricordava, nella sua utile e divertente grammatica Impariamo l'italiano che la lingua non deve morire, ma si può modificare lentamente, assorbendo parole d'altre lingue e adattandole ai nostri suoni e cultura. Richiede un po' di fatica e aguzza la fantasia, ma è lo stesso esercizio che ci consente di conoscere meglio la nostra terra e venderla al meglio, senza ricorrere a scorciatoie che ci penalizzano. Siamo tanto moderni e poi la maggioranza non usa il computer, tanto meno Internet? A questo punto volevo suggerire di consultare in rete il dizionario De Mauro Paravia dei sinonimi e contrari ma scopro con rammarico che non esiste più. Quindi consiglio vivamente www.dizionario.rai.it con suggerimenti grammaticali e il suono della pronuncia corretta, più la lettura di 50 testi classici. Tornando a noi, non comprendo perché si dica stalking (o stolking) invece di persecuzione e mi fa ridere escort invece di prostituta d'alto bordo o magari putanùn; per me rimane la Ford del nonno. Mi vien il dubbio che non siano solo scorciatoie, ma modi per confondere e sconcertare... l'audience, anzi il pubblico.Marchi suggeriva che 'chi ordina Champagne invece di Spumante forse non è un intenditore di vini ma si fa suggestionare dall'etichetta” (o pensa di far miglior figura, aggiungo).
Basterebbero queste considerazioni per indugiare meno sull'anglofonia. Il linguaggio è la nostra ricchezza o, come dicono i sapientoni, la nostra cifra. Non voglio neppure pensare al mucchio di parole straniere affastellate minuto per minuto dal vociare tutt'intorno. Proviamo a pensarci su, almeno nel nostro ambiente delle cose belle e buone.


