Nel 2008 sono praticamente raddoppiate le importazione in Italia di miele straniero che provengono per oltre il 60% dall'Argentina. Lo afferma la Coldiretti, sulla base dei dati sul commercio estero dell'Istat nei primo quadrimestre, nel sottolineare che la produzione importata potrebbe superare a fine anno quella nazionale che, per effetto della moria delle api, quasi dimezza e si dovrebbe attestare al di sotto delle 7mila tonnellate.
Aumenta quindi il rischio di acquistare miele straniero con minori garanzie qualitative rispetto al Made in Italy e per questo occorre verificare che nell'etichetta sia riportata la parola Italia che deve essere obbligatoriamente presente sulle confezioni di miele raccolto interamente sul territorio  nazionale. Per i consumatori che ne acquistano circa 400 grammi a testa all'anno, prestare attenzione all'etichetta aiuta a compiere scelte consapevoli e a non cadere nella trappola del falso Made in Italy con i conseguenti rischi per la salute ma serve anche a valorizzare il lavoro svolto da circa 50 miliardi di api nazionali che offrono una produzione garantita per qualità e standard igienico-sanitari, grazie all'impegno di 7.500 apicoltori nazionali professionali con oltre un milione di alveari.

La parola Italia deve essere obbligatoriamente presente sulle confezioni di miele raccolto interamente sul territorio nazionale mentre nel caso in cui il miele provenga da più Paesi dell'Unione europea, l'etichetta deve riportare l'indicazione "miscela di mieli originari della CE"; se invece proviene da Paesi extracomunitari deve esserci la scritta "miscela di mieli non originari della CE", mentre se si tratta di un mix va scritto "miscela di mieli originari e non originari della CE". Si tratta di una norma a difesa dei consumatori e degli apicoltori fortemente sostenuta dalla Coldiretti che viene fatta rispettare con multe fino a seimila Euro per chi tenta di spacciare il miele importato con quello nazionale.

L'attuale situazione di moria delle api non si traduce però soltanto in un forte decremento della produzione di miele, ma mette in discussione l'equilibrio naturale globale con rischi anche per la salute e l'alimentazione che dipende per oltre un terzo da coltivazioni impollinate attraverso il lavoro di insetti, al quale proprio le api concorrono per l'80 per cento. Prodotti come mele, pere, mandorle, agrumi, pesche, kiwi, castagne, ciliegie, albicocche, susine, meloni, cocomeri, pomodori, zucchine, soia, girasole e, colza dipendono completamente o in parte dalle api per la produzione dei frutti. Ma le api sono utili anche per la produzione di carne con l'azione impollinatrice che svolgono nei confronti delle colture foraggere da seme come l'erba medica ed il trifoglio fondamentali per i prati destinati agli animali da allevamento. Anche la grande maggioranza delle colture orticole da seme si possono riprodurre grazie alle api come l'aglio, la carota, i cavoli e la cipolla. Se non sarà interrotto il trend che ha portato in pochi mesi alla scomparsa solo negli Stati Uniti di un quarto degli alveari con 15 miliardi di api, le conseguenze ambientali sarebbero disastrose perché, come diceva Albert Einstein, 'se l'ape scomparisse dalla faccia della terra, all'uomo non resterebbero che quattro anni di vita”. In Italia è a rischio una popolazione stimata in circa 50 miliardi di api in oltre 1,1 milione di alveari che offrono 'gratuitamente” un valore del servizio di impollinazione alle piante agricole lungo tutto lo Stivale stimato pari a 2,5 miliardi di euro all'anno.

Il 38% degli apicoltori medita di lasciare il settore
Il 38% degli apicoltori medita di abbandonare per sempre il proprio mestiere, perchè, dicono, "non ci consente più di sopravvivere". Sono i risultati del sondaggio, rivolto a 200 apicoltori professionisti di tutta Italia, promosso dalla "Settimana del Miele" di Montalcino, uno degli eventi più importanti del settore, che si svolgerà dal 12 al 14 settembre. Nonostante ritengano ancora l'apicoltura "una passione bellissima", gli intervistati concordano con l'affermare che "non c'è più alcun ritorno economico, a causa della tragica moria delle api dovuta ai pesticidi, ai continui investimenti necessari a sostituirle, alla produzione di miele quasi azzerata a livello nazionale".
«Si tratta di un gravissimo segnale di allarme - afferma Hubert Ciacci, presidente della Settimana del Miele - non solo perchè gli apicoltori avrebbero il diritto di svolgere il proprio lavoro, come sancito dalla Costituzione. Ma anche perchè rappresentano le "sentinelle" delle nostre campagne, tra i pochi che ancora vigilano regolarmente e con grande attenzione nei territori silvestri e meno frequentati». L'esodo degli apicoltori, stima Ciacci, può comportare un danno economico pari a 2,5 miliardi di euro.

Il principale fattore della crisi del settore è la moria che ha contribuito allo spopolamento del 40% degli alveari italiani, con picchi fino al 50% in alcune regioni del Nord come la Lombardia. A questo si aggiungono le recrudescenze delle malattie tipiche della specie, come la varroa, e lo stress dovuto ai cambiamenti climatici. «Rimpiazzare una singola famiglia di api - spiega Francesco Panella, presidente dell'Unione Nazionale degli Apicoltori Italiani - costa mediamente 100 euro, che, moltiplicati per 250 arnie fanno 25.000 euro, un enorme investimento che ultimamente viene rinnovato ogni anno solo per riportare il numero delle api a quello di partenza». Di fronte a una situazione cosi' difficile il 10% degli apicoltori ha già rinunciato. Si tratta soprattutto di hobbisti, per cui l'apicoltura e' una passione o un secondo lavoro. Chi invece svolge questo mestiere come occupazione principale ha compiuto enormi investimenti economici e sta cercando di resistere, ma, spiegano i professionisti che hanno partecipato al sondaggio, non puo' andare avanti ancora per molto: se la crisi perdura, anche gli apicoltori piu' tenaci saranno costretti ad abbandonare per sempre il proprio mestiere. 

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