Pasti in mensa per 5,5 milioni di italiani. I bimbi i più schizzinosi
Qualità e sicurezza dei pasti in mensa a rischio per un piccolo esercito di italiani, 5,5 milioni di persone composte soprattutto da bambini delle scuole materne ed elementari - circa 2 milioni di piccoli - da malati e da anziani. Una minaccia quanto mai concreta: queste categorie deboli «rischiano infatti di restare a bocca asciutta o di mangiare schifezze. Questo perché scuole e ospedali potrebbero presto ritrovarsi a servire pasti preparati da lavoratori in nero, poco o per nulla formati a svolgere il loro lavoro». Questo l'allarme lanciato a Roma da Angem (Associazione nazionale gestori mense) e Ancst (Associazione nazionale delle cooperative dei servizi), in un incontro nella sede della Fipe-Confcommercio.
«I prezzi praticati dai committenti pubblici per la ristorazione scolastica e quella ospedaliera non sono più sostenibili - afferma Ilario Perotto, presidente Angem - Le gare sono diventate immorali: il criterio dell'offerta economicamente più vantaggiosa serve solo a mascherare il vero meccanismo della gara, che è quello del massimo ribasso». Secondo i dati presentati da Luciano Sbraga, direttore del centro studi Fipe, il mercato della ristorazione collettiva di fatto sta subendo un'involuzione. Il prezzo medio di un pasto in mensa oggi è pari a 4,60 euro, contro i 4,34 euro spesi in media per una bottiglietta di acqua minerale, un panino e un caffè. Già questo basta per avere un'idea del problema. «I costi degli alimenti, pane, pasta, riso, hanno registrato un +6% nell'ultimo anno in Italia. Facendo due conti abbiamo calcolato che per una famiglia costerebbe di più mangiare in casa che a mensa», sintetizza Sbraga. E le ditte sono in affanno: il prezzo medio di un pasto in mensa non è più sostenibile per le aziende, che non riescono a recuperare neanche l'inflazione generale, per non parlare di quella del settore. Se a questo si aggiunge anche il ritardato pagamento dei committenti, che in alcuni casa sfiora i 405 giorni, la situazione diventa insostenibile. In questo quadro le associazioni paventano un'avanzata sul mercato delle aziende non strutturate: quelle cioè che ricorrono al lavoro nero per abbattere i costi.
«In assenza di interventi seri deve esserci la consapevolezza che il settore della ristorazione collettiva tenderà a una profonda e negativa involuzione, che lascerà campo libero solo alle aziende "cattive" - dice Perotto - quelle che ricorrono a lavoro nero per abbattere i costi e aggiudicarsi le gare d'appalto. Un mercato simile infatti non potrà stimolare comportamenti virtuosi, fondati su qualità, sicurezza, garanzia della salute e correttezza». Già adesso, stima Perotto, il settore risente di una concorrenza sleale: si stima ci siano quasi 30 mila lavoratori in nero. E se a pagare l'aumento dei costi finora «sono state le aziende di ristorazione e i loro circa 72 mila lavoratori regolari - prosegue il presidente Angem - da domani saranno qualità, sicurezza e rispetto delle regole sui rapporti di lavoro. Insomma, in definitiva anche gli stessi consumatori».
«Dal 2003 - sottolinea Franco Tumino, presidente Ancst - le imprese fornitrici di servizi chiedono alle istituzioni e alle forze politiche di risolvere questo problema. Le soluzioni ci sono: si potrebbe attribuire una funzione anticipatrice alla Cassa depositi e prestiti, o alle banche, oppure consentire alle imprese di compensare i crediti con i versamenti delle imposte e dei contributi obbligatori». Occorre modificare la disciplina delle gare d'appalto dando evidenza ai requisiti reali di qualità e sicurezza, gli fa eco Sbraga. «E soprattutto moltiplicare i controlli da parte di personale qualificato - evidenzia Carlo Cannella, presidente dell'Istituto nazionale di ricerca per gli alimenti e la nutrizione (Inran) - perché non è pensabile riuscire a mantenere gli stessi livelli di sicurezza e qualità a costo zero. La formazione del personale è fondamentale per evitare incidenti da incuria, ma chi certifica e chi controlla? Servono nutrizionisti, biologi e dietisti chiamati a vigilare sulla sicurezza, per correggere eventuali problemi. Perché - conclude - la salute inizia dalla tavola».
SCHIZZINOSO 1 BIMBO SU 3, OCCHIO A PRANZO DELLE 16.30
Un tranello accumula-chili incombe su oltre un milione di bimbi italiani delle scuole materne e 860 mila delle elementari: quelli che mangiano tutti i giorni a mensa. E la colpa è di mamme e papà ben intenzionati ma impreparati. «Un piccolo esercito di bimbi italiani dai 3-4 anni in poi fa almeno due pasti a scuola, e rischia di incappare nell'insidia del pranzo delle 16.30». Parola di Giuseppe Morino, pediatra dietologo dell'Ospedale Bambino Gesù di Roma che, a margine dell'incontro oggi nella sede romana di Fipe-Confcommercio sulla crisi delle mense, evidenzia un'insidia finora sottovalutata per la salute e la linea dei piccoli italiani.
Un problema figlio di un pericoloso mix: genitori apprensivi e bimbi iper-selettivi a tavola. Circa un bambino italiano su tre, infatti, è schizzinoso, «mangia poche cose e sempre quelle, spesso perché è figlio di genitori a loro volta selettivi. Ebbene, nonostante a scuola questi piccoli mangino lo stesso, i genitori non si fidano». Così all'uscita, anziché accoglierli con una sana merenda, «spesso li rimpinzano con etti di pizza, torte, super-panini, cibi ricchi e grassi. Si tratta - sottolinea l'esperto - di una sorta di "pranzo delle 16.30", una pericolosa abitudine alleata di sovrappeso e obesità infantili». Infatti dopo questa super-merenda i bambini spesso passano direttamente dal divano di casa alla cena. E le calorie si accumulano.
«I menù scolastici sono disegnati da nutrizionisti nel rispetto della qualità. Il problema - dice Morino - è che molti bimbi sono selettivi, mangiano sempre gli stessi alimenti o fanno pasti squilibrati. Mangiare in mensa a scuola può rappresentare un prezioso momento di educazione alimentare, di sperimentazione. Ma occorre abbinare alla qualità dei cibi un lavoro preparatorio da parte degli insegnanti». Senza volerlo, invece, i genitori diffidenti rischiano di insidiare, con il tranello del pranzo delle 16.30, la linea e la salute dei propri bambini. «Oltre un terzo dei piccoli italiani è sovrappeso oppure francamente obeso, un record europeo che si traduce in piccoli a volte già con problemi di salute. Oggi sappiamo che un bimbo obeso non solo sarà un adulto malato - sottolinea il pediatra - ma spesso ha già problemi metabolici ed è predisposto al diabete. Ecco perché occorre curare questo aspetto». Controllando il menù dei più piccoli, specie quello casalingo. Un'altra insidia legata al pasto a scuola è quella degli speedy gonzales. «Bambini che, al contrario degli altri, sono rapidissimi nel ripulire il piatto. Ecco che c'è la tentazione da parte degli adulti di dare a queste baby-buone forchette una seconda porzione, a volte richiesta dagli stessi bambini. Mi sto battendo per evitare questo dilagare della doppia porzione: il menù proposto in mensa - ricorda l'esperto - è studiato ed equilibrato, eccedere con le porzioni può insidiare la linea e il benessere dei nostri bambini».
fonte Adnkronos Salute
Articolo correlato:
Mense italiane, qualità a rischio. La denuncia delle associazioni: appalti immorali

