La grappa "fai da te" è solo uno schiaffo al buon senso e al Made in Italy a Tavola
L'idea è bella, quanto intrigante: liberalizzare la distillazione della grappa per farne un simbolo di genuinità del territorio. Peccato che un atto che suona quasi come una meritoria sfida all'oppressione fiscale (forse oggi effettivamente ingiusta), rischia di creare più danni che benefici. E fra i primi a essere chiamata in causa direttamente è la salute, sia quella degli sfortunati consumatori che - se passasse la proposta di alcuni senatori della Lega - potrebbero rischiare di bere alcool metilico o metalli tossici come il rame (elemento base degli impianti di distillazione), sia quella di quegli apprendisti stregoni che fra alambicchi e storte nel sottoscala o nel fienile rischierebbero di assumere fumi non sempre salubri.
Ci sono voluti decenni di impegno, studi e ricerche perché la grappa, uno dei pochi prodotti autenticamente ed esclusivamente italiani, conquistasse dignità a livello internazionale e ottenesse quelle garanzie che ne fanno, se assunta in dosi moderate e controllate, un alimento sicuro e anche benefico. Basterebbe scorrere le cronache di non molti anni fa per rendersi conto di cosa era la grappa e di quale era la sua considerazione a livello sociale. Al più poteva essere considerata un corroborante per chi faceva lavori usuranti. E poco importa dei danni che produceva al fisico o della piaga dell'alcolismo che almeno oggi non le si può più addebitare. Anche solo per il costo medio del prodotto…
Ora, al contrario, la grappa ha conquistato credibilità (grazie alle garanzie di trattamento che offrono le distillerie che fanno questo di mestiere e che sono costantemente controllate da Utif e Asl), tanto da potere competere alla pari con altri distillati di antico blasone, dal cognac al whisky. Ma per fare questo si sono abbandonate per strada pratiche a volte al limite dell'attentato alla salute e, soprattutto, la produzione clandestina che ha costituito per decenni una piaga sociale in non poche parti d'Italia.
Al di là del danno economico che verrebbe creato ad aziende che rappresentano una delle più alte espressioni del Made in Italy a Tavola, sono proprio i rischi di una produzione "fai da te" e senza regole che portano, per semplice buon senso, a opporre un no senza se e senza ma alla proposta dei senatori leghisti, anche se è apprezzabile la loro idea di dare occasioni di maggiore reddito alle aziende agricole. Ma perché anche per quelle che non hanno nemmeno vigneti? Forse qualche senatore non sa che la grappa, anche se artigianale, si può fare solo con le vinacce?
Non è però rischiando con la salute e l'immagine di un prodotto, che ha semmai bisogno di maggiori tutele da parte delle istituzioni, che si possono irrobustire gli agriturismi. Se poi si entra nel merito anche tecnico della proposta c'è da restare sconcertati: una liberalizzazione di questo tipo potrebbe mettere in circolazione qualcosa come 10 milioni di bottiglie (sulla cui tossicità nessuno potrebbe garantire alcunché), più di tre volte la produzione del Trentino e oltre un quarto di quella nazionale… Certo i tre senatori dicono di valor valorizzare un prodotto dell'arco alpino (che pure si fa da sempre anche in Sardegna…), ma hanno pensato a cosa potrebbe succedere se anche gli agriturismi di Campania o Sicilia decidessero di distillare in proprio?
Se poi dovessimo fare due conti, bilanci alla mano, acquistando un alambicco in regola (salvo volere proprio giocare con la pelle dei consumatori), non si sa bene quando si potrebbe rientrare dall'investimento producendo solo 30 litri l'anno come propongono i senatori del nord. A meno che il loro obiettivo sia solo quello di fare emergere tutti gli impianti clandestini esistenti. Ma se così fosse, non possiamo che rivolgerci al ministro Luca Zaia chiedendogli di inviare agenti dei Nas e dell'Utif per garantire i consumatori. Anzi, ci aspettiamo proprio una presa di posizione netta dal Ministro.
Alberto Lupini
alberto.lupini@italiaatavola.net
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