«Nel presentarvi il rapporto sulla stagione estiva 2008 che l'Osservatorio nazionale del Turismo ha elaborato in collaborazione con Unioncamere e con le Regioni ma anche – ed è la prima volta che ciò accade- con il significativo contributo dell'Istat e di Bankitalia, penso che sia utile andare subito alla sostanza dei problemi che il nostro turismo sta oggi affrontando e che , in questo documento, sono ben evidenziati.
E se parlo di problemi è perché i risultati conseguiti quest'anno dal nostro settore turistico sono purtroppo quasi tutti di segno negativo.

Un numero minore, in primo luogo, di italiani che, a causa della sfavorevole congiuntura economica, sono potuti andare in vacanza nel nostro Bel Paese: un dato del -6,1% di presenze, rispetto all'anno scorso,  che non è certo un segnale di poco conto.
Ma poi meno arrivi e presenze di turisti stranieri, meno pernottamenti, più brevi periodi di vacanza sia per italiani che stranieri, sensibile contrazione del fatturato complessivo e, in special modo, di quello delle imprese alberghiere che è stato solo in parte compensato dall'aumento della domanda  in altri tipi di strutture.

 Tutto questo per dire che se, da un lato, non si è verificato, per nostra fortuna, quella specie di tracollo della domanda che alcuni avevano avventatamente preconizzato, dall'altro , è anche chiaro che siamo di fronte ad un bilancio che non può che preoccupare anche perché evidenzia con maggior forza quegli elementi di criticità che da tempo  sono, del resto, presenti  nel nostro sistema di offerta turistica.
Difatti, prima di passare ad una analisi più dettagliata dei dati raccolti da questo rapporto, penso che sia necessario fare una riflessione di fondo.
Mentre la domanda turistica internazionale e, con essa, i volumi di fatturato continuano a crescere a ritmi del 6-7 per cento l'anno- tanto che le previsioni sono che, nel 2010, i turisti  in giro per il mondo saranno un miliardo per poi diventare quasi un miliardo e mezzo nel 2020- le quote di mercato che noi riusciamo ad intercettare  stanno rapidamente  diminuendo.

E questo per un Paese a forte vocazione turistica come è e soprattutto come dovrebbe continuare ad essere il nostro - nel 1970, eravamo, per quote di mercato,  secondi solo agli Stati Uniti - è un problema davvero serio sul quale mi pare che Istituzioni, operatori ed imprese dovrebbero cominciare a riflettere più seriamente.

Non mi pare che lo si stia facendo per quanto oggi sarebbe necessario.

Come se, a differenza di quel che accadeva 10, 20 o 40  anni fa, il nostro paese possa oggi far leva, in alternativa al turismo,  su volani altrettanto o ancor più produttivi di risorse per lo sviluppo della nostra economia.
Come se l'occupazione assorbita dal nostro  sistema turistico possa essere oggi facilmente collocabile in comparti di altri settori e di altri tipi di impresa.
Non è assolutamente così oggi e lo potrà essere ancor meno in futuro. Eppure non mi pare che su questo problema si stia riflettendo abbastanza.

E come se ci fossimo seduti sulla sponda del fiume in attesa di chissà che.
Avevamo  idee  e grandi capacità competitive  quando il mercato mondiale  produceva non più di 80-100 milioni di turisti l'anno e quasi tutti orientati verso la vecchia Europa.

Ora, di fronte ad una domanda turistica che, rispetto a 10 anni fa, si è, invece,  decuplicata, non riusciamo né a mettere insieme idee nè a realizzare  quelle strategie innovative che sono necessarie per posizionarci in questo nuovo mercato e poi sfruttarne tutte le potenzialità.

La verità è che sono molti anni che, in Italia, non esiste più una  politica per il turismo che possa essere considerata degna di questo nome: spezzoni di programmi e di iniziative sparsi qua e là questo sì, ma nulla che, invece, possa somigliare ad una programmazione di sistema che serva, da un lato, ad un rilancio degli asset della nostra offerta più tradizionale offerta turistica e, dall'altro,a cercarne di nuovi e di più redditizi sulla scia di quanto hanno già fatto altri paesi che soltanto ora hanno scoperto una loro vocazione turistica.

Mentre gli altri corrono, noi restiamo seduti.
Ed è appunto questa la situazione che ho trovato assumendo mesi fa, nel governo, la responsabilità di questo settore.
Non nego che, in questi anni, le Regioni , nella realizzazione di strategie volte al potenziamento della domanda turistica, abbiano cercato di fare- magari non tutte ma alcune certamente sì- del loro meglio avvalendosi dei poteri ed anche delle risorse che erano stati loro assegnati.
Questo per dire che, senza l'intervento delle Regioni, le cose sarebbero potute andare anche peggio.

Però sono proprie le Regioni oggi a convenire sul fatto che il nostro turismo non potrebbe mai avere la forza di tornare ad essere competitivo sui mercati internazionali se  continuasse ancora a far leva su 20, anzi 21 politiche regionali che  fino ad oggi hanno operato l'una disancorata dall'altra e spesso addirittura in contraddizione fra loro.

E questo con un dispendio di energie e soprattutto di risorse  che il nostro sistema economico , già gravato da molti altri problemi, non penso che possa assolutamente più permettersi.
E siamo anche in forte ritardo sulla tabella di marcia
I Paesi che oggi, in Europa e altrove sono, per il turismo, i nostri maggiori competitor, stanno, infatti, e velocemente programmando le strategie e gli  investimenti che  ormai sono considerati indispensabili per intercettare flussi turistici che , come ho già detto all'inizio, hanno ben altre esigenze di quelle del turista di soli dieci anni fa.

Loro sì e noi no. Perché?
Tanto che analizzando  i risultati negativi esposti in  questo rapporto sono quasi tentata di dire che , al punto in cui siamo, forse non tutto il male viene per nuocere.
Non potremmo imparare la lezione e cominciare a vedere i problemi per quel che veramente sono?
Perché ormai non ci sono molte alternative.
Nel senso che o finalmente ci svegliamo e tutti insieme ripartiamo con idee e programmi nuovi o rischiamo, entro pochi anni, di avere il destino segnato:  una lenta ma progressiva contrazione delle nostre quote di mercato,sempre meno risorse disponibili per gli investimenti, imprese che, per mancanza di capitali, saranno costrette a rinviare sine die i piani di ammodernamento, costi in eccesso  e, per questo, non più ammortizzabili e, infine, caduta dell'occupazione.

Che gli americani – un meno 25,3 per cento di arrivi quest'anno- abbiano in parte disertato l'Italia era forse prevedibile per vari motivi, primo fra tutti il basso valore del dollaro rispetto all'euro, senza dimenticare la grave crisi economica e finanziaria in cui gli USA sono entrati dall'agosto dello scorso anno).
Come era anche piuttosto prevedibile che lo scandalo del rifiuti di Napoli provocasse- ma mi auguro che questo sia un fenomeno davvero transitorio- un meno 18 per cento di turisti al Sud.

Ma, invece, il fatto che anche i turisti tedeschi, austriaci e svizzeri fino all'altro ieri nostri clienti fissi, stiano cominciando a frequentare di meno le nostre città d'arte e le nostre spiagge mi pare un segnale da non prendere troppo sottogamba.
Come resta un segnale preoccupante lo scarso numero di turisti provenienti dai paesi del sud est asiatico.
Per questo tipo di flussi turistici in particolare diventa fondamentale una programmazione di sistema che coinvolga un trasporto aereo e i suoi vettori principali. Non a caso abbiamo più volte considerato vitale per lo sviluppo turistico nazionale il mantenimento di una nostra compagnia di bandiera. Solo una nuova Alitalia può consentirci di intercettare i flussi del turismo internazionale, specialmente quelli a lungo raggio.

Nel complesso, la nostra industria turistica è  costretta ad operare oggi sotto sforzo , anzi, direi in un sempre più avvertito  stato di sofferenza  credo che sia per almeno tre ordini di motivi:
- l'insufficienza, ma forse sarebbe il caso di chiamarla addirittura assenza, di una programmazione  che consenta di coordinare e di pianificare, in tempi sufficientemente brevi, quella serie di interventi che, sul versante della logistica, delle infrastrutture,delle reti di trasporto e dei servizi, sono ormai indispensabili non solo per ridare competitività a tutto il nostro sistema dell'offerta ma anche per individuare – penso, ad esempio, al settore crocieristico, al potenziamento dei resort e al turismo congressuale- aree che dovrebbero essere maggiormente valorizzate.
-e poi leggi, paletti fiscali e barriere burocratiche che ostacolano oggi in ogni modo l'afflusso ,in Italia, proprio di quei capitali che oggi sono necessari per l'ammodernamento delle imprese e per la messa in rete delle nostre strutture di accoglienza
-e, infine, un ancora troppo scarso livello di professionalità degli addetti e soprattutto un'offerta di servizi e di prodotti che, nel rapporto qualità-prezzo, non riesce spesso ad essere abbastanza  competitiva con quella di altri Paesi».

sottosegretario on. Michela Vittoria Brambilla