Vino, fra vendemmia e Ocm non dimentichiamo i costi
Tra attesa dei dati della vendemmia e la proposta del ministro De Castro per modificare la bozza comunitaria sull'OCM il mondo del vino è ancora una volta al centro dell'attenzione. E non potrebbe essere altrimenti visto il ruolo che svolge nella filiera agroalimentare e nella promozione del food made in Italy. Nell'attesa di potere avere indicazioni certe sulla qualità della produzione e su cosa cambierà a livello europeo per la produzione, è ormai tempo di cominciare a pensare seriamente, a tutti i livelli, a politiche che facciano davvero del vino il portabandiera del territorio.
Da tempo scriviamo della necessità di alleanze commerciali forti fra cantine e ristorazione per garantire benefici ad entrambi, senza penalizzare il consumatore. Ma ugualmente importante è che anche sul fronte agricolo ci sia un po' di moderazione in tema di prezzi. Non è certo un segnale incoraggiante quello che viene da alcune aree di vini Doc oggi di tendenza. Pensiamo al Lugana, le cui uve nelle scorse settimane sono arrivate a costare mediamente fra i 120 e i 150 euro al quintale. Se si pensa che al minimo il 25% della produzione di questo vino è fatto con uve di conferitori, si può ben capire che effetto si potrebbe avere sul costo finale di una bottiglia, vanificando anni di impegno per migliorare la qualità del prodotto e garantire un'identità di zona. E tutto ciò, si badi bene, mentre sullo stesso territorio (per gli altri vini tipici del Garda, dal Groppello al Bardolino) le uve conferite non vengono a costare più di 20 euro al quintale. Una sproporzione che non si giustifica con la pur celebrata ricercatezza del Lugana...
Preoccupati per una tendenza che rischia di metterli fuori mercato, i vignaoli del Lugana hanno avviato un confronto coi prooduttori di uve per concordare un prezzo valido oggi, quando il mercato tira, ma anche in futuro, quando ci potrebbero essere delle crisi, attorno ai 90-100 euro al quintale. Un'ipotesi di buon senso per dare soddisfazione a tutti e che, sull'esempio di quanto fatto anche in Trentino-Alto Adige, potrebbe permettere un irrobustimento serio di tutta la filiera.
E a proposito di filiera, concludiamo ricordando che il vino è il primo rappresentante del territorio e quindi di quel turismo enogastronomico che sta crescendo sempre più grazie all'attenzione e al sostegno, oltre che degli operatori agricoli, anche dei ristoratori. Nonchè degli agriturismi che, se seri, sono il punto di incontro fra i due comparti del food, come abbiamo ricordato con l'inchiesta del numero scorso.
Alberto Lupini
Da tempo scriviamo della necessità di alleanze commerciali forti fra cantine e ristorazione per garantire benefici ad entrambi, senza penalizzare il consumatore. Ma ugualmente importante è che anche sul fronte agricolo ci sia un po' di moderazione in tema di prezzi. Non è certo un segnale incoraggiante quello che viene da alcune aree di vini Doc oggi di tendenza. Pensiamo al Lugana, le cui uve nelle scorse settimane sono arrivate a costare mediamente fra i 120 e i 150 euro al quintale. Se si pensa che al minimo il 25% della produzione di questo vino è fatto con uve di conferitori, si può ben capire che effetto si potrebbe avere sul costo finale di una bottiglia, vanificando anni di impegno per migliorare la qualità del prodotto e garantire un'identità di zona. E tutto ciò, si badi bene, mentre sullo stesso territorio (per gli altri vini tipici del Garda, dal Groppello al Bardolino) le uve conferite non vengono a costare più di 20 euro al quintale. Una sproporzione che non si giustifica con la pur celebrata ricercatezza del Lugana...
Preoccupati per una tendenza che rischia di metterli fuori mercato, i vignaoli del Lugana hanno avviato un confronto coi prooduttori di uve per concordare un prezzo valido oggi, quando il mercato tira, ma anche in futuro, quando ci potrebbero essere delle crisi, attorno ai 90-100 euro al quintale. Un'ipotesi di buon senso per dare soddisfazione a tutti e che, sull'esempio di quanto fatto anche in Trentino-Alto Adige, potrebbe permettere un irrobustimento serio di tutta la filiera.
E a proposito di filiera, concludiamo ricordando che il vino è il primo rappresentante del territorio e quindi di quel turismo enogastronomico che sta crescendo sempre più grazie all'attenzione e al sostegno, oltre che degli operatori agricoli, anche dei ristoratori. Nonchè degli agriturismi che, se seri, sono il punto di incontro fra i due comparti del food, come abbiamo ricordato con l'inchiesta del numero scorso.
Alberto Lupini


