Segnali più che incoraggianti. Per l'enogastronomia e la cucina italiane si stanno riaprendo i mercati esteri. Il dato forse più significativo riguarda le vendite di vino negli States (un milione e 2.170 ettolitri) che nel primo semestre ci hanno riportato al primo posto battendo nettamente l'Australia (ferma a 916mila ettolitri) e, soprattutto, creando una distanza al momento incolmabile con il terzo esportatore, la Francia, che scende a 466mila ettolitri, anche se mediamente di prezzo più elevato. I dati, forniti dall'Italian wine and food institute, parlano di un aumento del 9,1% in quantità e del 7,5% in valore. Un successo, soprattutto se si tiene conto che in molti casi si tratta di vini di territorio, alternativi a quelli internazionali al sapore di legno, capaci di esprimere quelle differenze che rendono così ricca l'enologia italiana e l'intera filiera agroalimentare.
Se poi si tiene conto che nel frattempo ci sono segnali positivi anche per altri prodotti come i formaggi o i salumi (il cui export nel primo trimestre, secondo l'Assica, è aumentato dell'8%, per 22mila tonnellate, soprattutto nella Ue), si può ben capire come per il sistema del food italiano ci siano oggi condizioni più che positive. E tutto ciò, va detto, grazie agli sforzi congiunti che, finalmente, il sistema Paese sta cominciando a mettere in atto. Grandi imprese e consorzi, Ice e Camere di commercio, Regioni e associazioni di categoria hanno in particolare avviato, sia pure timidamente, molte iniziative in comune che ora stanno cominciando a dare i loro frutti. Centrale si sta in ogni caso dimostrando la capacità di rappresentare al meglio la ricchezza enogastronomica italiana puntando sulla 'tavola”. Basti pensare che molte operazioni di promozione sono affidate ai professionisti che fanno, come è giusto che sia, da mediatori fra i produttori e i consumatori: cuochi e sommelier in primis. E poiché la ristorazione italiana (sia quella nazionale, sia quella presente nei vari Paesi dove si fanno esportazioni) ha dimostrato di essere il canale migliore per valorizzare il 'made in Italy” a tavola, è assolutamente indispensabile che di ciò si prenda atto e, a tutti i livelli, si investa sulla valorizzazione di mestieri e imprese (e prodotti) che di fatto non sono oggi tutelati a sufficienza.
Proprio i successi all'estero della nostra filiera sono la controprova di come la cucina italiana possa tirare la volata ad un intero comparto che conta. Per far questo occorre fare cose serie e magari mettere nel cassetto idee un po' bizzare come i famosi bollini blu che dovevano garantire i ristoranti italiani all'estero. Ci piacerebbe che il ministro De Castro ci facesse sapere cosa è successo dopo le sperimentazioni del suo predecessore in Belgio. E magari quanto sono costate. Invece di strade fantasiose occorre battere quella della tutela delle produzioni italiane. Negli Usa siamo tornati il primo esportatore di vino, ma su quel mercato si vendono vini che 'sembrano” italiani in quantità ancora superiori. Per non parlare del fatto che in Cina noi non vendiamo salumi, ma i francesi sì, e per giunta presentando quei prodotti come 'al gusto italiano”…

Alberto Lupini