Una cosa sembra certa. Milano (e in particolare le istituzioni e le associazioni impegnate in prima linea) ha vinto la sua scommessa. Grazie a MiWine il capoluogo lombardo può avere un ruolo (importante) nel mercato internazionale del vino. La manifestazione di FieraMilano forse non ha sfondato sul piano dei numeri, come speravano i suoi organizzatori, ma certo ha dimostrato a produttori e buyers che è possibile utilizzare una sede prestigiosa, con servizi di primordine, per promuovere al meglio uno dei beni nazionali più preziosi: il vino e tutta la filiera dell'enogastronomia. Il coinvolgimento della città e di ristoranti, bar ed enoteche non ha eguali in Italia, confermando come sia possibile, purchè lo si voglia sul serio, costruire un'alleanza strategica fra vino e ristorazione. In Italia intanto sembra che l'unico tema su cui si gioca, quasi in termini di vita o di morte, il futuro del vino sia quello dei trucioli. Un dibattito che non ci appassiona per nulla, nonostante il prestigio buttato in campo da associazioni o grandi nomi del settore. Non che la questione di come sia fatto un vino non sia importante. Ci mancherebbe altro. La verità è che non siamo convinti dei tanti gridi di dolore che sorgono dal nulla, quasi che coi trucioli l'Italia non abbia mai avuto nulla a che fare. Cerchiamo di essere seri, chi non ne ha mai visti in qualche
cantina scagli pure la prima barrique... Il dubbio è che ora che la Ue ne regolarizza l'uso a seguito delle norme sull'import da Usa o Australia qualcuno cerchi alibi per dire che a questo punto si è costretti ad utilizzarli anche da noi. Senza dire che per ossigenare più in fretta alcuni vini, quando la moda era di farli obbligatoriamente in barrique, in molti usavano anche i trucioli. C'è solo da sperare che qualche serio collega americano non pensi di fare un'inchiesta sul mercato dei trucioli in Italia negli ultimi anni. Invece di prendere atto della situazione e puntare sulla questione vera (l'obbligo di indicare in etichetta l'uso dei trucioli, così da evitare le troppe speculazioni sui prezzi),
purtroppo si grida solo allo scandalo dimenticando (o nascondendo...) che ben altri sconvolgimenti sono dietro l'angolo. Altro che rilanciare il vino biologico (che senza controlli seri resta solo un'utopia). La verità è che si apre la possibilità di fare il vino coi laboratori del piccolo chimico. Le novità introdotte dalla Ue creano infatti i presupposti per un'autentica demolizione di tutte le procedure e le garanzie con cui in Italia si è potuto arrivare a conquistare una leadership internazionale per vendite e qualità. Non si può, in particolare fare finta di dimenticare che negli Usa, ad esempio, il 'vino” lo si può fare aggiungendo fino a un 30% di acqua al prodotto base. Per non parlare dell'aggiunta di additivi o rettifiche da noi finora vietati o, vero incubo per i puristi, delle tecniche di 'frazionamento” per cui si può scomporre un vino per aromi o estratti e poi ricostruirlo modificandone la caratteristica. Non diciamo che i trucioli sono un bene, ma purtroppo dietro l'angolo c'è di peggio.


Alberto Lupini