Milano (e la Regione Lombardia ancor di più) si gioca il tutto per tutto per affermarsi come una delle nuove capitali mondiali del vino. Dopo aver perso questa opportunità una ventina di anni fa con la fine della Campionaria, il capoluogo lombardo ci riprova ora con MiWine, evento per il quale istituzioni e mondo dell'ospitalità si sono mossi come mai era successo per coinvolgere la città e creare interesse attorno alla 3 giorni che a Rho richiamerà ristoratori, enotecari e buyers dall'Italia e dal mondo. Come la moda, la tecnologia o la finanza hanno trovato sede stabile in Lombardia, molti sono convinti che anche per il vino e la gastronomia ci sia oggi lo spazio per una posizione di rilievo. MiWine, va ricordato, è una fiera che al momento non piace a molti. Anzi, per dirla tutta, l'evento sembra avere diviso il mondo del vino in due campi: c'è chi la vede come un'importante occasione per creare una tribuna di eccellenza per i vini e le cantine più qualificate (e fra questi entusiasti supporter ci sono ad esempio le Donne del Vino capitanate da Pia Berlucchi), e chi, al contrario, la giudica come un'inutile concorrenza al Vinitaly che al momento, pur con tutti i suoi limiti organizzativi e con la datazione delle strutture, resta pur sempre uno degli appuntamenti immancabili. Cosa potrà diventare nei fatti MiWine solo il tempo e i fatti lo potranno dimostrare. Per il momento è interessante notare come il vino, comparto che ancora qualche mese fa sembrava in crisi, stia mostrando segni di grande vitalità. La ripresa del mercato in Germania (anche se per ora guidata dall'acquisto dei prodotti di fascia di prezzo più modesta), il consolidamento delle esportazioni nel Nord America e la grande richiesta dei vini autoctoni o del territorio (fra cui pure si sconta la perdita di un nome storico come quello del Tocai, a cui dedichiamo un servizio apposito), sono solo alcuni degli aspetti che conferma il momento positivo. E di questo trend proprio il MiWine, a cui parteciperanno alcuni dei maggiori compratori a livello internazionale, potrebbe costituire un'importante occasione di verifica. Da qui l'interesse con cui giornalisti, produttori e operatori dell'Horeca guardano a questa fiera. Anche solo per la possibilità di degustare e parlare di vino in ambienti moderni, dotati di servizi tecnologicamente avanzati, con parcheggi e sistemi di trasporto adeguati.
L'importante è che nessuno pensi di fare di Milano una sorta di alternativa a Verona. Non sarebbe giusto per il sistema Paese che ormai da tempo ha assegnato il Vinitaly come grande mercato internazionale. Ma proprio perché grande (a volte anche troppo con debordi da valutare come per l'olio…), in Italia ci potrebbe stare bene anche una seconda fiera, con cadenza biennale, in cui presentare in maniera più selezionata chi si rivolge in modo esclusivo all'Horeca o punta ai mercati esteri. Questa è la scommessa che forse vale la pena di giocare e vedere se l'intera filiera dell'agrolimentare italiano saprà cogliere l'opportunità di due occasioni diverse e non in conflitto fra loro, o se invece prevarrà alla fine solo la logica antiquata del campanilismo.
Alberto Lupini