Fra le domande banali che tempo fa ci si poneva fra amici una era quasi d'obbligo: «Mangi per vivere o vivi per mangiare?». Un quesito che se inizialmente poteva sottintendere una sorta di esame della condizione sociale dell'interpellato, negli anni ha simboleggiato il cambiamento di costume che ha coinvolto profondamente la nostra vita. Moda, immagine e cultura si sono talmente intrecciati con l'alimentazione da fare diventare la ristorazione uno status simbol. Basti pensare alle moderne abitazioni dove da luogo di servizio, la cucina è diventato un locale di prestigio. La scelta di un vino, invece che di un piatto, e ancor di più quella del ristorante, almeno a partire dagli anni Ottanta hanno rappresentato delle precise scelte di vita, che più nulla avevano a che vedere con la necessità di cibarsi per affrontare la vita.
Edonismo o ricerca di ricette sofisticate hanno progressivamente scalzato il ‘mangiare per vivere', facendo così salire nell'immaginario collettivo il valore della professione degli chef, dei produttori di vino o dei sommelier. Per non parlare dei costi dei prodotti alimentari. O del menu al ristorante. In questo trend che a volte è sfuggito di mano a molti protagonisti, abbinamenti magari azzardati sono diventati così il frutto di una volontà di stupire, scontato che lo stare a tavola era ormai diventato in molti casi un fenomeno sociale e un rito. Fiumi di inchiostro sono stati impiegati per celebrare i nuovi miti e i nuovi riti del fashion che anche a tavola ha trionfato. Una situazione in cui per molto tempo non si era magari realmente badato alla qualità di ciò che si consumava, quanto piuttosto al fatto che quel alimento fosse o meno di moda. E magari griffato e quindi meritevole di essere immeritatamente pagato cifre astronomiche. Pensiamo solo a qualche supertuscan… Il tutto, ovviamente, con le dovute eccezioni. A partire, per fortuna, dai molti professionisti della ristorazione, che magari non vanno in televisione come moderni guru di un gusto discutibile, ma si sono impegnati a salvaguardare la serietà di un mestiere non facile, e la sua tradizione. Questo grazie anche al lavoro di chi, imponendo magari inconsapevolmente altre mode indecorose (pensiamo solo al troppo lardo di Colonnata oggi in circolazione), ha tutelato e valorizzato le tipicità del nostro territorio. Qualche cambiamento profondo sta però avvenendo. La crisi
economica, da un lato, e la crescente attenzione dei consumatori verso una maggiore qualità della vita, sembrano sul punto di imporre un freno a certi eccessi dettati dalla moda. Per fortuna nessuno torna a pensare che si debba mangiare per vivere. Ma che si possa mangiare per stare meglio, sì. Come dire: abbandonati gli eccessi modaioli, si comincia a valorizzare la ristorazione e l'alimentazione per come possono migliorare - realmente e non solo all'apparenza - la qualità della vita. Basti pensare ai tanti convegni su ‘vino e salute' (a metà maggio ne discutevano nello stesso giorni esperti in contemporanea nell'Oltrepò e in Sicilia) o sui prodotti Igp e Dop che hanno il pregio di accontentare anche i gusti più raffinati con un occhio alle prospettive di una vita che è già troppo inquinata.


Alberto Lupini