Per l'enogastronomia italiana il peggio forse è passato. Per il momento si tratta solo di timidi segnali che non sono sostenuti da dati statistici, ma la sensazione di molti operatori è che qualcosa si stia muovendo. A sostenere quest'impressione è il clima generale che si è respirato al Vinitaly, dove le preoccupazioni ed il pessimismo della vigilia hanno in qualche caso ceduto il passo a un po' più di serenità.
    Al momento è praticamente impossibile poter avere un'idea precisa di cosa sia successo in termini di mercato, in quello che, nonostante le perduranti lacune di alcuni aspetti organizzativi, resta sempre il più importante e immancabile appuntamento del settore. Non pochi produttori di vino si mostrano però più ottimisti di quanto si sarebbero aspettati. Certo non è che le vendite siano tornate ai livelli di qualche anno fa, ma ciò che conta è che siano tornate a crescere.
    A registrare un ripresa di ordini sono in particolare le aziende che con più coerenza hanno investito sulla qualità ed hanno saputo presentarsi con un buon rapporto di qualità/prezzo.
    Restano ferme, magari con crescenti difficoltà, quelle cantine che, come andiamo ripetendo da tempo, in passato hanno ecceduto nei prezzi ed oggi non sanno più come rientrare sul mercato.
    Lungi da noi ogni tentativo di entrare nel merito delle politiche di prezzo di ogni produttore, non possiamo che ricordare come molto male all'enologia nazionale abbiano fatto certi produttori, magari anche di quelli più portati sugli scudi, fino all'altro giorno. Così come abbiamo sempre sostenuto che andavano giustamente penalizzati dal mercato quei ristoranti che, nel recente passato, avevano pensato di fare quadrare i loro bilanci con ricarichi assurdi sui vini, analogamente non possiamo non osservare con soddisfazione come - giustamente - il mercato colpisca anche quei produttori che impunemente avevano pensato che bastasse una bella politica di immagine e qualche attenta gestione dei rapporti con le Guide, per imporre prezzi assurdi a tutto il mercato.
    Una politica che oggi, in una fase di perdurante recessione da un lato, e con una crescente attenzione ai costi giusti da parte della maggior parte degli operatori della ristorazione dall'altro, non sta più in piedi.
    è francamente sconsolante pensare che cantine blasonate e dai nomi dal richiamo internazionale, non sappiano bene come vendere i loro pur validissimi prodotti. Supertuscan o Barbareschi venduti oggi con sconti del 50% rispetto solo ad un anno fa, è una cosa che fa perdere credibilità ad un intero comparto e scatena reazioni da non sottovalutare. E d'altra parte come non condividere l'irritazione profonda di quel ristorante che, dopo avere acquistato in passato a valore 100, vini di grande prestigio, oggi non riesce più a proporli ad un clientela che non accetta di pagare due o tre volte quel valore e, contemporaneamente, si trova con un ristoratore concorrente a pochi metri dal suo locale, che lo stesso vino oggi lo può acquistare magari a 50, perché la cantina non sa più come fare a venderli.
    Parlare di concorrenza sleale è facile, ma forse sarebbe meglio parlare di stupidità di gestione. Svendere il vino è una cosa che porterà solo danni ai grandi produttori, che peraltro il danno lo hanno già fatto in passato, quando avevano incrementato in modo assurdo il prezzo. Anche perché, alla fine, non è che vendendo a 50, chi aveva ecceduto nei rincari in cantina ci perda…
    La conclusione potrebbe essere quella che andiamo da tempo prop