Giungerà dal Vinitaly l’atteso segnale di svolta?
E' un momento non certo brillante per la nostra economia e da tempo si attendono, inutilmente, concreti segnali di svolta capaci di ridare speranze alle imprese, soprattutto a quelle di piccola dimensione. L'appuntamento elettorale non costituisce certo un aiuto in questo senso. Gli eccessi di ottimismo o di pessimismo mostrati dai due campi avversi, contribuiscono infatti ad accrescere l'incertezza degli operatori, almeno quanto quella degli osservatori sull'esito di alcune sfide regionali. Come dire che dalla politica, almeno nel breve periodo, non ci si può ragionevolmente aspettare molto.
A questo punto non resta che guardare con attenzione a quanto avviene sul mercato. Il che significa, almeno per quanto riguarda la filiera dell'enogastronomia, cercare di interpretare le tendenze che, come è abitudine, si manifestano in appuntamenti ormai capaci di segnare il tempo come il Vinitaly. Dopo gli eccessi degli ultimi anni, recentemente il settore del vino aveva perso un po' di grinta. Prezzi eccessivi, fenomeni troppo legati alla moda - o a speculazioni - come l'eccesso delle barrique e l'incapacità di fare sistema da parte del troppo frammentato comparto produttivo, avevano un po' annacquato le straordinarie performance di molte imprese. Se a ciò aggiungiamo la crisi economica che ha imposto un ripensamento negli acquisiti, si può ben capire come attorno ad un settore che non è certo caratterizzato da consumi in crescita, ci fossero non poche preoccupazioni. La qualità delle produzioni da un lato e l'avvio di più serie politiche di territorio e di valorizzazione delle tipicità dall'altro, sono però realtà ormai ben diffuse sul territorio nazionale e capaci di arrestare il declino. Non si può ancora dire se siamo giunti all'inversione di tendenza, ma certo il peggio sembra fortunatamente passato. A questo punto è importante capire se la ripresa di molti produttori di vino
(che hanno magari recuperato spazi di mercato in Italia dopo il venir meno di vendite negli Usa o in altri Paesi per il valore troppo elevato dell'Euro) si può accompagnare ad una moralizzazione del mercato per quanto riguarda la ristorazione. I prezzi troppo elevati con cui in molti locali si sono vendute bottiglie di cui i consumatori potevano conoscere il prezzo all'origine, costituiscono una delle ragioni della crisi della ristorazione italiana, che non soffre certo per la mancanza di creatività o per poca attenzione alle materie prime, ma solo per rapporti sbagliati fra prezzi e qualità.
In questo contesto, un ruolo importante può essere svolto dai produttori lombardi di vino che, grazie agli indubbi miglioramenti qualitativi ottenuti negli ultimi anni, non sono certo secondi a nessuno in Italia. La valorizzazione del territorio e dei vitigni autonomi è uno dei punti qualificanti dell'enologia lombarda, così come la leadership raggiunta in alcuni segmenti: pensiamo per tutti al Franciacorta ed ai riconoscimenti generali raccolti dalle sue bollicine, o a grandi riscoperte come lo Sforzato o il Buttafuoco. Quello che servirebbe in particolare è un'alleanza fra le cantine e la ristorazione basata sul presupposto che il vino costituisce un plus per un locale, non uno strumento per fare il bilancio di fine mese. Per vendere vino ci sono già le enoteche e le strutture della grande distribuzione. Al ristorante un vino deve completare un menù e dare valore aggiunto. Se serve per aumentare il livello finale del conto, l'operazione risulta alla fine in perdita sia per il ristorante che per i produttori di vino. Le difficoltà del settore degli ultimi tempi lo confermano in pieno.
Alberto Lupini
A questo punto non resta che guardare con attenzione a quanto avviene sul mercato. Il che significa, almeno per quanto riguarda la filiera dell'enogastronomia, cercare di interpretare le tendenze che, come è abitudine, si manifestano in appuntamenti ormai capaci di segnare il tempo come il Vinitaly. Dopo gli eccessi degli ultimi anni, recentemente il settore del vino aveva perso un po' di grinta. Prezzi eccessivi, fenomeni troppo legati alla moda - o a speculazioni - come l'eccesso delle barrique e l'incapacità di fare sistema da parte del troppo frammentato comparto produttivo, avevano un po' annacquato le straordinarie performance di molte imprese. Se a ciò aggiungiamo la crisi economica che ha imposto un ripensamento negli acquisiti, si può ben capire come attorno ad un settore che non è certo caratterizzato da consumi in crescita, ci fossero non poche preoccupazioni. La qualità delle produzioni da un lato e l'avvio di più serie politiche di territorio e di valorizzazione delle tipicità dall'altro, sono però realtà ormai ben diffuse sul territorio nazionale e capaci di arrestare il declino. Non si può ancora dire se siamo giunti all'inversione di tendenza, ma certo il peggio sembra fortunatamente passato. A questo punto è importante capire se la ripresa di molti produttori di vino
(che hanno magari recuperato spazi di mercato in Italia dopo il venir meno di vendite negli Usa o in altri Paesi per il valore troppo elevato dell'Euro) si può accompagnare ad una moralizzazione del mercato per quanto riguarda la ristorazione. I prezzi troppo elevati con cui in molti locali si sono vendute bottiglie di cui i consumatori potevano conoscere il prezzo all'origine, costituiscono una delle ragioni della crisi della ristorazione italiana, che non soffre certo per la mancanza di creatività o per poca attenzione alle materie prime, ma solo per rapporti sbagliati fra prezzi e qualità.
In questo contesto, un ruolo importante può essere svolto dai produttori lombardi di vino che, grazie agli indubbi miglioramenti qualitativi ottenuti negli ultimi anni, non sono certo secondi a nessuno in Italia. La valorizzazione del territorio e dei vitigni autonomi è uno dei punti qualificanti dell'enologia lombarda, così come la leadership raggiunta in alcuni segmenti: pensiamo per tutti al Franciacorta ed ai riconoscimenti generali raccolti dalle sue bollicine, o a grandi riscoperte come lo Sforzato o il Buttafuoco. Quello che servirebbe in particolare è un'alleanza fra le cantine e la ristorazione basata sul presupposto che il vino costituisce un plus per un locale, non uno strumento per fare il bilancio di fine mese. Per vendere vino ci sono già le enoteche e le strutture della grande distribuzione. Al ristorante un vino deve completare un menù e dare valore aggiunto. Se serve per aumentare il livello finale del conto, l'operazione risulta alla fine in perdita sia per il ristorante che per i produttori di vino. Le difficoltà del settore degli ultimi tempi lo confermano in pieno.
Alberto Lupini


