Flessione nei quantitativi o, al contrario, ritorno ad una normalità produttiva che dovrebbe garantire più qualità? Al momento di andare in stampa non è ancora chiaro quale sarà l'esito della vendemmia. Ciononostante, lamentele, polemiche o fughe in avanti un po' avventate delle istituzioni hanno accompagnato, come di consueto, un processo di cui non si conosce ancora l'esatta conclusione. Quasi che dal solo peso delle uve raccolte si possa prevedere il futuro dell'annata 2005 o, peggio, del mondo del vino italiano. Tutti i dibattiti dei giorni scorsi, a partire dalle previsioni di enti pure serissimi (come Ismea e Unione italiana vini che stimavano un calo del 3% nella raccolta), hanno macinato la solita acqua nel mortaio senza portare purtroppo nulla di nuovo. Se non le bizzarre proposte del Governo di imporre un illiberale prezzo politico a quelle cantine (grandi aziende private o cantine sociali) che comprano uva da produttori esterni. E perché non obbligare anche i ristoranti a comprare poi le bottiglie di vino prodotte con quelle uve che
non si possono selezionare? Quasi che il problema sia quello, pur legittimo, di garantire un guadagno a chi produce quantità senza preoccuparsi se questo aiuta o meno l'evoluzione o meno del comparto enologico e dell'agroalimentare nella sua complessità. Altro che bollini blu per la certificazione dei ristoranti di qualità: così si rischia di imboccare la via della mediocrità per legge.
Nonostante l'importanza del vino, che tanto contribuisce anche all'immagine complessive dell'Italia a tavola, continua di fatto a mancare una seria politica di programmazione capace di uscire dalla consuete secche in cui ci si arena quando dalla Sicilia al Piemonte ci si accorge che,
per politiche basate su prezzi eccessivi o per scarsa qualità, resta troppo invenduto in cantina. Eppure la strada obbligata è una sola: qualità e sistema integrato dalla terra alla tavola. Può sembrare scontato o banale, ma parlando con molti viticoltori in questi giorni c'era un dato che li accomunava. Chi ha selezionato da tempo le uve (magari puntando sui vitigni autoctoni), chi sta attento alle rese corrette dei disciplinari, chi lavora con intelligenza in cantina e chi punta sulla promozione non è certo preoccupato. Anzi. Ed è qui che devono entrare in campo tutte le istituzioni. Chi lavora bene deve essere messo in condizione di farlo ancora meglio attivando sul territorio tutta una serie di iniziative (Alessandro Redaelli De Zinis ne propone alcune a
pagina 46) che valorizzino il territorio e, soprattutto, il collegamento con gli altri operatori dell'enogastronomia. Il tutto avendo ben presente che la punta di diamante di questo sistema sono i ristoratori a cui spetta di valorizzare e promuovere il meglio dell'enogastronomia nazionale.


Alberto Lupini