I grandi nomi c'erano praticamente tutti. Da Antinori a Bellavista, da Berlucchi a Gaja, da Ferrari a Castello Banfi, da Umani Ronchi a Biondi Santi, da Lungarotti a Chiarlo, da Meregalli a Gancia, erano pochi gli assenti. E ci scusiamo per le troppe dimenticanze. Un po' meno significativo l'elenco dei consorzi (che pure dovrebbero essere l'unica vera struttura organizzata del comparto, se si vuole giocare realmente sulla difesa della qualità e del territorio). Le degustazioni sulla carta erano decisamente di livello, peccato che alcune siano state annullate (mancavano i partecipanti ?) e che per altre, alcune testate di categoria non siano state invitate. Il tutto per creare una fiera su misura per la community del vino in cui, comunicato stampa alla mano, erano rappresentate oltre 1200 aziende. Per la prima edizione di MiWine non è certo poca cosa, anche se - vista la potenza di fuoco messa in campo dalla Fiera di Milano nei mesi precedenti - alcuni osservatori si aspettavano più espositori e più visitatori.
A conti fatti una cosa è comunque certa: Ezio Rivella, il presidente dell'Unione Italiana Vini, l'organizzazione più importante degli imprenditori di vino d'Italia, ha vinto la scommessa di creare dal nulla una nuova fiera del vino. Forse erano in pochi a sentirne la mancanza, ma Rivella ed il suo staff sono riusciti a fare di MiWine un ennesimo evento per gli operatori dell'enogastronomia, utilizzando al meglio le strutture e i servizi di livello, messi in campo dalla Fiera di Milano. Vincente probabilmente la scelta del biglietto d'ingresso (100 euro), che ha evitato l'assalto, senza offesa per la categoria, di tanti studenti sfaccendati o di privati in cerca di nuovi acquisti. Nonché la possibilità di stare in un unico spazio al coperto senza dovere uscire all'aperto, per passare da uno stand all'altro. Un po' meno comodo, ma sempre funzionale, l'obbligo si usare le scale mobili (a proposito, dove sono finite le contestazioni di quelli che non gradivano la scelta dell'ottimo padiglione scelto dalla regione Lombardia per la presenza all'ultimo Vinitaly?).
Dopo moda, glamour e design, Milano ha dunque aperto le porte ad un altro fondamentale protagonista del 'made in Italy”, il vino. Peccato che l'obiettivo di fare del capoluogo lombardo (crocevia di tutto l'import-export italiano) la nuova capitale nazionale dell'enologia, rischi di creare confusione in un momento non facile per tutti gli operatori. Se da un lato è più che apprezzabile la scelta di fare di MiWine una fiera di livello alto che, con cadenza biennale possa giocare in alternanza con Bordeaux, dall'altro non va sottaciuto (come fanno in troppi), che nei fatti si è dato il via ad un'alternativa al più noto e riconosciuto appuntamento al mondo per il vino, il Vinitaly.
Sorvolando sul fatto che Milano non ha alcuna vocazione naturale per il vino (bisogna arrivare fino a San Colombano per trovare dei vigneti…), non pochi operatori si sono chiesti a chi giova un nuovo appuntamento che comporta spostamenti, investimenti in stand, promozione ed ospitalità, scontato che la presenza in qualunque fiera (compresa ad oggi MiWine) resta un di più rispetto al Vinitaly.
Per promuovere il vino italiano, non sarebbe meglio andare magari qualche volta in più all'estero, piuttosto che spostarsi tutto l'anno da un capo all'altro dell'Italia? E' una questione a cui ci piacerebbe rispondessero un po' di responsabili a tutti i livelli di una filiera per molti versi fondante, della nostra economia.

Alberto Lupini