Il rischio è di passare per retrogradi. Magari poco attenti alle evoluzioni del mercato o ancorati ad esperienze superate. Ciò nonostante sentiamo il dovere di dare voce - ancora una volta - a quanti si ostinano a proporre un'alternativa seria e credibile alla massificazione, che anche nella ristorazione sta ormai prendendo sempre più piede. Un'omologazione di gusti e prodotti che ha un solo protagonista, la Gdo. Che la Grande distribuzione organizzata la faccia da padrona nel tentare di imporre mode alimentari e consumi funzionali agli interessi dei produttori, anche se un po' meno a quelli dei consumatori, è fin troppo scontato perché ci si debba soffermare. Che la Gdo e la pubblicità creino da decenni i gusti del mercato è un'altra realtà sulla quale si sono scritti fin troppi trattati o libri. Come dire che non vale certo la pena di dedicarci del tempo. Un po' meno evidente è che, dopo avere rivoluzionato il sistema degli acquisti delle famiglie, il 'modello supermercato” tenti ora di cambiare le abitudini a tavola anche per quanto riguarda i pasti fuori casa.
La novità preoccupante è che, attraverso i centri commerciali (le piazze virtuali dove si tentano le nuove relazioni sociali), è ormai da tempo partita una nuova campagna tesa a cambiare orari e modalità di approccio alla ristorazione ed agli esercizi pubblici in genere. E tutto ciò, ovviamente, in barba a qualunque preoccupazione riguardo alla tutela della tipicità o all'offerta di qualità.
L'ultimo strumento messo in atto per scardinare un comparto che ha già non pochi problemi, è quello del prolungamento degli orari di apertura dei centri commerciali anche la domenica sera. Non è infatti casuale, o irrilevante, che il termine di chiusura alla domenica in molti casi sia stato spostato dalle 19 alle 21. Che due ore di apertura in più possano determinare maggiori vendite per il commercio (e riavviare così un'economia decisamente ammaccata), sembrerebbe un po' azzardato. 120 minuti in più in questa parte della domenica fanno però la differenza per quanto riguarda la cena al ristorante o in pizzeria…
Coi tempi che corrono non sono pochi i locali, anche di grande qualità, che aspettano la domenica sera per l'arrivo delle famiglie o delle compagnie di amici, che possono dare un sostanzioso contributo al riequilibrio gestionale della settimana. Ma se per quella clientela si aprono nuove occasioni di consumare la cena in quei centri commerciali dove si sono recati a fare acquisti, il rischio della crisi non è di poco conto. E a rimetterci, ancora una volta, non sarebbero solo i poco accorti gestori che si sono magari persi da tempo i clienti per le politiche sbagliate di prezzi troppo alti o di offerte scadenti. La perdita secca sarebbe per tutto un comparto che con fatica lavora per la qualità e la genuinità.
L'alternativa offerta dai locali dei centri commerciali, salvo poche lodevoli eccezioni, è infatti all'insegna delle marche in franchising, delle pizze espresso o dei piatti precotti, per non parlare delle catene più o meno a stelle e strisce che vendono hamburger e patatine. Il tipo di ristorazione (senza alcuna offesa per gli operatori) che non interessa certo a 'Lombardia a tavola”. Ma che non dovrebbe interessare nemmeno a quelle istituzioni pubbliche che, invece, da un parte dicono di incentivare la qualità dei prodotti e delle produzioni del territorio, dall'altra autorizzano questi nuovi orari.
E che nessuno ci dica che alla fine è un problema di scelta dei consumatori o che già durante la settimana ci sono orari prolungati o chiusure alle 22. Il problema è che durante la settimana in genere i consumi