Quasi sul filo di lana (e forse grazie ad uno scatto di orgoglio finale per non restare del tutto a mani vuote) il Governo Berlusconi è riuscito nell'impresa insperata di fare della Food Valley italiana la capitale europea dell'alimentazione. Nel generale fallimento delle trattative della Conferenza intergovernativa di Bruxelles sulla nuova Costituzione europea l'Italia ha portato in particolare a casa il bottino della designazione di Parma come sede dell'autorità alimentare europea. Dopo quattro anni di trattative, dispute e rinvii, il capoluogo emiliano l´ha così spuntata su Helsinki, l'altra candidata, e ha tagliato il traguardo.  
L'obiettivo - al quale puntavano tutti gli operatori interessati alla crescita ed al consolidamento del settore dell'enogastronomia italiana - è quello di creare un organismo indipendente, capace di presentare al legislatore comunitario pareri scientifici credibili, frutto delle informazioni più attuali, in grado di allertare e informare tempestivamente i cittadini e soprattutto di prevenire crisi alimentari. Come dire, uno strumento formidabile per poter 'governare” almeno per qualche anno il settore.
Peccato che la giustificata soddisfazione dei parmensi e di tutti gli operatori nazionali sia stata praticamente bruciata sul nascere dalla notizia (decisamente più deflagrante) del crack di una delle realtà simbolo di Parma, quella Parmalat nel cui nome la città aveva potuto trovare una delle molteplici ragioni di forza per imporsi a livello europeo. E' pur vero che la Barilla invece che i Consorzi del prosciutto o del Parmigiano o le varie industrie dell'agroalimentare della zona sono altrettanto conosciute (e forse ancor di più) rispetto all'ex gioiello della famiglia Tanzi. Sta di fatto che la bancarotta di una delle aziende simbolo dell'alimentare italiano non può che gettare ombre oscure sul futuro della nuova agenzia.
Certo il disastro Parmalat non è avvenuto a causa di frodi alimentari o per mutamento dei gusti dei consumatori, ma ciò non significa che l'ombra di dubbio che proietta su tutto il settore enogastronomico italiano non sia pesante e, soprattutto, facilmente strumentalizzabile da chi (francesi in testa) non può certo digerire facilmente una scelta di sede  che nei fatti sottolinea un primato tricolore conquistato negli ultimi anni a frutto di non pochi sacrifici degli imprenditori italiani (dai ristoratori ai produttori di formaggi, dagli industriali del settore alle cantine). E la preoccupazione su possibili sviluppi negativi per tutto il settore è talmente evidente che tutti i politici, nessuno escluso, si sono ben guardati dall'enfatizzare un risultato che, pure, sulla carta si sarebbe ben prestato ad una bella gara per attribuirsene il merito fra il Professore ed il Cavaliere, l'uno perché presidente della Commissione europea, l'altro perché presidente pro tempore dell'Unione europea.
Ma né Romano Prodi, né tanto meno Silvio Berlusconi, sembrano avere l'intenzione di avvicinarsi troppo a Parma, che pure potrebbe dare loro tanta luce costituendo uno dei pochi successi italiani in quest'ultimo periodo di vacche magre. Entrambi, e con loro i collaboratori e gli esponenti politici dei due schieramenti avversari, sanno fin troppo bene che oggi Parma puzza troppo di bruciato per il caso Parmalat su cui, nessuno escluso, può realmente chiamarsi fuori. Un po' perché la vicenda dura da troppo tempo e, a ben guardare, dove non è riuscito il controllo del Governo Berlusconi, interessato più a derubricare il reato penale per i falsi di bilancio, avrebbero potuto magari dare segno di vita in passato i Governi Prodi, D'Alema o Amato sulla carta più garantisti.
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