Il bianco supera la prova dell'età, ma sul concetto di Cru resta troppa confusione
Il futuro del vino taliano (sia pure nel caso specifico dei bianchi di lunga conservazione...) dovrà fare necessariamente i conti con il tema dei Cru. Che cosa si intenda per Cru (che per i francesi rappresenta il massimo dell'eccellenza, appannaggio di poche produzioni limitate per territorio in ogni azienda e con "anzianità di servizio" riconosciuta...) è però tutt'altro che scontato per i produttori nazionali. Anzi. Si va da chi parla di Cru territoriali (qualcuno sceglie aree di territorio e chi è dentro può usare questo termine) a chi invece pensa a una sorta di selezione
aziendale (si mette in bottiglia ciò che si ritiene il meglio, magari anche assemblando uve di appezzamenti diversi). La conferma che non ci sia proprio grande chiarezza nel settore (anche se sull'obiettivo di definire meglio il concetto di eccellenza sono tutti d'accordo) è venuto nei giorni scorsi da uno degli appuntamenti più interessanti di 'Tutti i colori del Bianco” tenutasi a Monteforte d'Alpone (Vr) e curata dal Consorzio tutela vini di Soave.
Una cosa che accomuna tutti, al momento, è che per l'Italia sembra finalmente scoccata l'ora dei bianchi d'annata (anche se per il momento sono pochi quelli che producono vino con l'idea di venderlo dopo anni di affinamento...). Longevità nei vini bianchi intesa come lentezza, da cui il concetto di "Slow White", di bianco lento, oggi una realtà con forti potenzialità anche per il futuro a condizione che si trovi un'idea di supporto come , appunto, i Cru.
Una linea da sempre sostenuta dal Consorzio del Soave, come ha sottolineato il direttore Aldo Lorenzoni, rafforzato nel credo che da anni sta guidando gli oltre 80 soci produttori, secondo il quale «è indispensabile che ci sia coerenza tra vitigno e suolo, costanza, condivisione e consistenza: insomma, se penso ai 7mila ettari del Soave posso ragionevolmente pensare anche a decine di cru, vale a dire vini in grado di raccontare storie uniche e diverse». Una posizione ribadita in apertura di convegno anche dal presidente del Consorzio, Arturo Stocchetti che ha sottolineato come da anni «il Consorzio del Soave sta lavorando al progetto di valorizzazione dei cru. Il risultato di tanti sforzi è racchiuso nel libro 'Oltre la zonazione”, da noi realizzato in stretta sinergia con Veneto Agricoltura».
a.l.
Un dibattito da nord a sud
Dell'esigenza Cru (e di relativa chiarezza) si è avuto come detto conferma in occasione del convegno moderato dal giornalista Bruno Donati e dal titolo 'Grandi Bianchi: il fattore Cru – Le vigne storiche e il gusto del mercato” durante il quale si sono confrontati nomi dell'alta enologia italiana.
«Assecondare il mercato oppure mantenere intatta la propria identità? La qualità è il prerequisito che ormai si dà per scontato salvo poi fare i conti e vedere che il prezzo medio del vino italiano è di 1,70 euro la bottiglia contro i 4 euro di quello francese». Con questa presa di posizione Alberto Coffele ha dato il via da una serie i riflessioni anche sulla scia di quando emerso nell'ultimo congresso di Assoenologi, recentemente tenutosi a Venezia. Se quindi per Coffele ha senso parlare nel Soave Classico di Cru, intesi come il risultato di una forte storicità e conoscenza del territorio, per Fausto De Andreis (Le Rocche del gatto, Liguria), invece, «tipicità è un insieme di pregi e difetti. Ci sono però produttori che per andare incontro alla moda banalizzano i loro vini, li rendono agnostici e stereotipati». Sulla stessa lunghezza d'onda Pia Berlucchi (F.lli Berlucchi, FrAanciacorta), alla guida di un'azienda familiare che produce ogni anno 400mila bottiglie. «La tradizione è il pilastro da cui nasce l'innovazione. La nostra famiglia è terribilmente tradizionalista e produce tre rossi e due bianchi. E in tutta la nostra produzione ci piace pensare ad un solo cru, il nostro bianco Dossi delle Querce». Dedica invece il suo intervento al ruolo dell'enologo Casimiro Maule (Nino Negri, Valtellina), secondo il quale «negli anni '70 la Valtellina produceva forse troppi vini rossi. Rimane sempre molto delicato il rapporto che esiste tra la scelte messe appunto in cantina e quello che i consumatori nel tempo richiedono».
Segue a ruota Mauro Lunelli (Ferrari, Trentino) il quale afferma deciso che «per fare grandi spumanti bisogna prima fare grandi vini bianchi e il vino si fa in vigna, non nasce certo dalle mani dell'enologo. Nel '72 ho messo da parte la prima bottiglia per la riserva Giulio Ferrari, nata dal cru Giulio Pianizza, un'area molto particolare per quanto riguarda la permeabilità del suolo. Se dunque un vino bianco negli anni matura e acquista pregio significa che ha le spalle larghe».
Ma ha un senso parlare di una identità definita e chiara per il vino bianco italiano? Secondo Massimo Corrado, presidente di Go Wine, si. «Il fatto che ci sia un gruppo di aziende che sono qui a Monteforte d'Alpone per confrontarsi fa pensare ad un club di produttori che viaggia all'interno di un sistema coerente, una cosa indispensabile anche in momenti di crisi come durante lo scorso Vinitaly. L'ampia partecipazione a questo forum mette in luce una grande voglia di confronto sul vino bianco italiano, che vanta all'origine grandi vitigni e territori unici».
Il vino bianco italiano sta godendo di una fase positiva anche per quanto riguarda le esportazioni, canale di primaria importanza per la denominazione del Soave. In base a recenti dati presentati dall'Istituto per il commercio con l'Estero (Ice) risulta infatti che le esportazioni di vini bianchi italiani nel 2007 sono cresciute del +6,6% rispetto all'anno precedente, mentre in dettaglio emerge che nel 2007 l'export di vini bianchi di territorio è aumentato del +7,3% rispetto al 2006, accanto ad un +5,3% sempre nello stesso anno nelle esportazioni dei vini bianchi prodotti in regioni determinate. A sostegno di questa tendenza giungono i dati presentati da Vivai Cooperativi Rauscedo, secondo i quali nel 2002 l'80% delle barbatelle vendute era destinata alla produzione di vini rossi, mentre nel 2008 il rapporto si sta avviando alla parità con un 53% di barbatelle destinate ai vini rossi e un 47% destinate ai vini bianchi. Numeri e tendenze che riportano alla mente la ciclicità e la moda nei consumi. Interessante a questo proposito l'intervento di Fausto Peratoner (La Vis, Trentino) che ha ricordato l'importanza della zonazione viticola. «A metà anni '80 c'è stata una crisi di mercato ed un forte mutamento nei gusti dei consumatori. Proprio da lì è nato il nostro progetto qualità: i soci sono stati suddivisi in base alle zone e in base alla qualità delle uve, con una diversa remunerazione. Nasce così, tra la fine degli anni '80 e il '98 la zonazione viticola, con il miglior rapporto vitigno/porta innesto e lo Chardonnay è stato il primo vitigno su cui abbiamo sperimentato, seguito oggi dal Muller Thurgau».
Una scommessa fatta propria anche dall'altoatesino Hans Terzer (San Michele Appiano): «Abbiamo lasciato perdere i rossi e i rosè buoni per fare ottimi bianchi frutto di microzone. è stata una scelta anche di numeri, al massimo 100 mila bottiglie che servivano a portar fuori l'etichetta e fare immagine. Risultato? Venti ettari suddivisi in un mosaico di 35 cru e un prezzo che in enoteca è di 20 euro».
Se dunque il punto da cui partire rimane nel tempo la zonazione viticola, un altro altoatesino, Harald Schraffl (Nals Margreid), parla addirittura di «interzonazione dove i cru sono una fortuna. Se in più sono longevi, sono il mezzo per far capire al consumatore quanto un bianco possa esprimersi al meglio con l'attesa. I primi a capirlo sono stati alcuni lungimiranti ristoratori che chiedono bianchi imbottigliati quattro anni fa».
Tempo e durata fanno poi rima con capacità di comprensione da parte dei consumatori, almeno per il friulano Carlo Schiopetto, per il quale «quello di cru è un concetto evolutivo, frutto delle domande che ogni azienda si deve porre negli anni se vuol crescere. Sta poi al ristoratore e al consumatore capire il valore intrinseco di queste proposte. Serve tempo».
Un'avanguardia quindi quella Cru forse troppo in anticipo almeno per il siciliano Santi Planeta secondo il quale serve distinguere tra cru aziendali e cru di territorio. «Per la Sicilia, ancora giovane dal punto di vista enologico, è ancora presto per parlare di cru perché si tratta di un concetto che ha bisogno di tempo sia per la produzione/clima, sia per il consumatore. Forse per alcune produzioni sull'Etna ha senso oggi parlarne». Una ltro friulano, Girolamo Dorigo è invece una terra matura per l'idea di cru, essendo la sua «una terra di grandi vini da sempre, in cui oggi i concetto di cru territoriale fa onore alla secolare produzione enologica friulana».
Chiude con una brillante provocazione il sardo Alessandro Dettori, giovane produttore secondo il quale «il cru deve partire dalla terra e non certo da una ricerca di mercato. Ci chiediamo quanto servono i cru per vendere il vino. Ma il problema non è seguire il mercato, è semmai trovare e mantenere una nostra identità. Cosa succede se facciamo un vino a misura di consumatore (Americano piuttosto che cinese) e poi questo consumatore si stanca e cambia prodotto? Cosa facciamo? Non è colpa di chi compra ma è responsabilità di chi produce che non è stato in grado di dare al suo vino una chiara identità».
Tappa successiva della manifestazione 'Tutti i colori del Bianco” sarà mercoledì 4 giugno al Westin Palace Hotel di Milano, dalle 17.30 alle 20.00, dove saranno messi in assaggio gli oltre 350 vini selezionati per la manifestazione.

