Basta pesce “taroccato” in tavola! Il Parlamento Ue vota per la tracciabilità
L'Unione europea è pronta al voto per imporre una più completa etichettatura ai prodotti ittici. Tante infatti le truffe tra ristoranti e mercati: secondo un'indagine Ue in Europa il pesce frode è servito nel 6% dei casi
La lotta contro il pesce taroccato è ad una svolta: l'Ue voterà domani un documento che invoca un sistema di “tracciabilità rigorosa contro l'etichettatura errata del pesce”. Secondo l'Unione europea devono essere effettuate verifiche su tutti i pesci che arrivano ai ristorante e devono al contempo essere introdotte misure che permettano di ricostruire tutti i passaggi dal momento in cui ogni singolo esemplare è pescato da mari e oceani.

Un'etichetta insomma che riporti tutte le informazioni rilevanti, così da fornire una valida garanzia al consumatore e premiare chi fa il proprio lavoro in modo onesto. Una vera rivoluzione, se vogliamo, sulla produzione e sul commercio di prodotti ittici. Se apparentemente molto minuziosa, tale intenzione è motivata da dati statistici molto preoccupanti: secondo uno studio universitario commissionato dalla Ong Oceania, nei ristoranti di Bruxelles quasi un piatto di mare su tre non è quello promesso dal menu.
Questo è solo un esempio, i pesci “taroccati” sono davvero tanti: in prima posizione il tonno, soprattutto se servito crudo, seguito da merluzzi e branzini. E la “truffa” non riguarda solo i ristoranti, ma anche le famiglie che comprano a mercati e supermarket. Ecco da qui il voto e la richiesta ai governi perché provvedano al controllo dei prodotti che provengono da mare e simili. Ma da dove si genera essenzialmente questo “danno informativo” nei confronti del consumatore? Forse da un errore nella traduzione dell'etichetta originale, forse invece da una modifica volontaria: fatto sta che, come per magia, il pangasio del Mekong, pescato in acque tra le più inquinate al mondo, diventa cernia o baccalà; o l'halibut si trasforma in sogliola.
L'ultima analisi a campione (ridotto) compiuta dall'Ue nel 2015 sostiene che il pesce frode è servito nel 6% dei casi, con punte del 27% a Malta. «Ho la sensazione - rivela Renata Briano, eurodeputata Pd - che il dato medio sia ragionevole anche per l'Italia». È necessario dunque un intervento: la palla in mano adesso all'Unione, nella speranza di un cambiamento che dia maggior sicurezza al consumatore.

Un'etichetta insomma che riporti tutte le informazioni rilevanti, così da fornire una valida garanzia al consumatore e premiare chi fa il proprio lavoro in modo onesto. Una vera rivoluzione, se vogliamo, sulla produzione e sul commercio di prodotti ittici. Se apparentemente molto minuziosa, tale intenzione è motivata da dati statistici molto preoccupanti: secondo uno studio universitario commissionato dalla Ong Oceania, nei ristoranti di Bruxelles quasi un piatto di mare su tre non è quello promesso dal menu.
Questo è solo un esempio, i pesci “taroccati” sono davvero tanti: in prima posizione il tonno, soprattutto se servito crudo, seguito da merluzzi e branzini. E la “truffa” non riguarda solo i ristoranti, ma anche le famiglie che comprano a mercati e supermarket. Ecco da qui il voto e la richiesta ai governi perché provvedano al controllo dei prodotti che provengono da mare e simili. Ma da dove si genera essenzialmente questo “danno informativo” nei confronti del consumatore? Forse da un errore nella traduzione dell'etichetta originale, forse invece da una modifica volontaria: fatto sta che, come per magia, il pangasio del Mekong, pescato in acque tra le più inquinate al mondo, diventa cernia o baccalà; o l'halibut si trasforma in sogliola.
L'ultima analisi a campione (ridotto) compiuta dall'Ue nel 2015 sostiene che il pesce frode è servito nel 6% dei casi, con punte del 27% a Malta. «Ho la sensazione - rivela Renata Briano, eurodeputata Pd - che il dato medio sia ragionevole anche per l'Italia». È necessario dunque un intervento: la palla in mano adesso all'Unione, nella speranza di un cambiamento che dia maggior sicurezza al consumatore.

