L’extravergine d’oliva made in Piemonte. Una storia che inizia nel VI secolo
Risale al VI secolo il più antico documento che attesta la coltivazione di ulivi sulle Alpi. Nel 2009 è nata l’Associazione olivicoltori piemontesi. La guida Flos Olei 2016 presenta una superficie di 138 ettari olivetati
Che l’olivicoltura in Piemonte sia presente fin dai tempi antichi lo testimoniano la toponomastica di molti luoghi come ad esempio San Marzano Oliveto (At) nel Monferrato, Monte Oliveto di Cortemilia in provincia di Cuneo e un altro a Ponzano di Crea (Al), Regione Ulivi a Canelli, Olivola in provincia di Alessandria, Strada degli Ulivi tra Patro di Moncalvo e Grazzano Badoglio, Cascina Oliva a Fabiano di Solonghello, ma soprattutto le fonti storiche che fanno risalire l’introduzione dell’olivo al tempo dell’insediamento dei liguri, mentre altre testimonianze la attribuiscono all’epoca dei legionari romani.

Risale all’inizio del VI secolo il più antico documento che attesta la coltivazione di ulivi sulle Alpi: si tratta dell’atto di fondazione dell’abbazia di Saint Maurice d’Agaune, nella valle del Rodano, nel quale vengono elencate le proprietà dell’abbazia, tra le quali figurano vasti oliveti nel Vallese e in Val d’Aosta. La massima diffusione di questa coltivazione in Piemonte si verificò nella seconda metà del XIII secolo proprio in concomitanza con l’innalzamento delle temperature, durato circa 500 anni, fenomeno noto come "periodo caldo medievale" o "ottimo climatico medievale".
Spesso l’olivo nel Piemonte medioevale era coltivato con lo zafferano, richiesto in farmacia e profumeria, ma anche sostanza tintoria, spezia e merce di scambio e proprio ad Asti esisteva un fiorente mercato. Coltivazione dello zafferano che è ripresa sulla collina di Castelnuovo Don Bosco e venduto con il marchio Zafferano del Monferrato e anche in provincia di Cuneo a Caraglio e in Valle Grana e a Fiano nei dintorni di Torino. Fino alla fine del XIV secolo l’olivo era presente in tutto il Piemonte, anche se la sopravvivenza di questa coltivazione è stata comunque sempre difficile.
All’inizio del 1700 arrivò una fortissima gelata che devastò gli ulivi e queste condizioni climatiche avverse durarono fino all’incirca all’Unità d’Italia, come conseguenza l’olivo non fu più rinnovato per cultura da reddito, sulle colline si affermò la coltivazione della vite e il miglioramento delle comunicazioni rese più trasportare l’olio prodotto nel sud del paese. Ultima testimonianza di produzione olearia in Piemonte risale al 1911, anche se l’olio d’oliva ha avuto sempre una importanza fondamentale nella gastronomia piemontese non solo durante la Quaresima quando non si poteva condire con il grasso animale, l’alternativa era l’olio di noci. Gli olivi rimasero in alcuni giardini privati, nelle cascine, vicino alle abbazie, si ricorda che presso il complesso monumentale della pieve di San Lorenzo e del battistero di San Giovanni a Settimo Vittone, nel tratto canavesano della valle della Dora Baltea, fondato nel IX secolo, sopravvivono alcuni esemplari con almeno cento anni d’età.
Dobbiamo arrivare all’inizio degli anni Ottanta, complice anche il variare delle condizioni climatiche per ritrovare l’interesse a questa coltivazione soprattutto nella provincia di Torino, in particolare nel Canavese, seguita da Alessandria e Asti. Qualche dato rilevato dalla settima edizione della guida al mondo dell’extravergine Flos Olei 2016 di Marco Oreggia, presentata a novembre: una superficie di 138 ettari olivetati, 3 frantoi attivi sul territorio e una produzione che, nella campagna olearia 2014-2015, si attesta sulle 3,6 tonnellate di olio, con una diminuzione dell'80,11% rispetto all'annata precedente. Attualmente la distribuzione degli impianti e delle aziende, che raggiungono il numero di 223, si trova in buona parte nel Monferrato, nella zona di Alessandria, oltre che in quelle di Torino, Cuneo e Asti dove si concentra la produzione.
Le varietà da olio diffuse sono quelle che più resistono a freddo e malattie: leccino, frantoio, pendolino e leccio del corno. Ma sono in corso ricerche per studiare quali siano invece le varietà più adatte al terreno, garantendo in futuro un incremento della produzione e un miglioramento della qualità. Nel 2009 è nata l’Asspo, Associazione olivicoltori piemontesi, che riunisce alcuni produttori e aiuta i soci nella trasformazione del raccolto in olio attraverso i tre frantoi presenti sul territorio.
Uno dei pionieri e protagonista dell’olivicoltura piemontese è sicuramente Valentino Veglio, la cui azienda si trova nella frazione Patro di Moncalvo d’Asti, per passione inizia a piantare i primi tre ulivi nel 1997, in seguito, per ragioni pratiche non riuscendo a seguire il vigneto, decide di modificare l’indirizzo culturale della sua azienda e trasformarlo in oliveto. Oggi possiede ben 5 ettari con 1.200 alberi, 14 varietà differenti che vengono portate in un frantoio in Liguria producendo tre tipi di olio: Origini (monocultivar frantoio, dalla storia particolare, le piante provengono da un ulivo di oltre centoquarantanni che si trova nel giardino del Santuario di Crea alla Tenuta Tenaglia), Evento (leccino 80% e poi maurino, grignan, favarol e redar) e Robur (leccino, carboncella, frantoio, moraiolo e grignan).
Abbiamo degustato proprio Robur, un blend che nasce dalla volontà di avere un olio dalle note sensoriali molto particolari, di grande complessità ed equilibrio aromatico e gustativo. Il risultato un fruttato leggero, giallo dorato intenso, che ricorda le erbe aromatiche, il carciofo, un retrogusto di mandorla amara, molto persistente e ben equilibrato. Ottimo sulle verdure, sull’albese di fassone.
Azienda agricola Piero Veglio
Cascina Coletto, 214036 Moncalvo - Fraz. Patro (At)
Tel - Fax: 0141.91786 / 329.2184316
www.olioveglio.it
valentinoveglio@libero.it

Risale all’inizio del VI secolo il più antico documento che attesta la coltivazione di ulivi sulle Alpi: si tratta dell’atto di fondazione dell’abbazia di Saint Maurice d’Agaune, nella valle del Rodano, nel quale vengono elencate le proprietà dell’abbazia, tra le quali figurano vasti oliveti nel Vallese e in Val d’Aosta. La massima diffusione di questa coltivazione in Piemonte si verificò nella seconda metà del XIII secolo proprio in concomitanza con l’innalzamento delle temperature, durato circa 500 anni, fenomeno noto come "periodo caldo medievale" o "ottimo climatico medievale".
Spesso l’olivo nel Piemonte medioevale era coltivato con lo zafferano, richiesto in farmacia e profumeria, ma anche sostanza tintoria, spezia e merce di scambio e proprio ad Asti esisteva un fiorente mercato. Coltivazione dello zafferano che è ripresa sulla collina di Castelnuovo Don Bosco e venduto con il marchio Zafferano del Monferrato e anche in provincia di Cuneo a Caraglio e in Valle Grana e a Fiano nei dintorni di Torino. Fino alla fine del XIV secolo l’olivo era presente in tutto il Piemonte, anche se la sopravvivenza di questa coltivazione è stata comunque sempre difficile.
All’inizio del 1700 arrivò una fortissima gelata che devastò gli ulivi e queste condizioni climatiche avverse durarono fino all’incirca all’Unità d’Italia, come conseguenza l’olivo non fu più rinnovato per cultura da reddito, sulle colline si affermò la coltivazione della vite e il miglioramento delle comunicazioni rese più trasportare l’olio prodotto nel sud del paese. Ultima testimonianza di produzione olearia in Piemonte risale al 1911, anche se l’olio d’oliva ha avuto sempre una importanza fondamentale nella gastronomia piemontese non solo durante la Quaresima quando non si poteva condire con il grasso animale, l’alternativa era l’olio di noci. Gli olivi rimasero in alcuni giardini privati, nelle cascine, vicino alle abbazie, si ricorda che presso il complesso monumentale della pieve di San Lorenzo e del battistero di San Giovanni a Settimo Vittone, nel tratto canavesano della valle della Dora Baltea, fondato nel IX secolo, sopravvivono alcuni esemplari con almeno cento anni d’età.
Dobbiamo arrivare all’inizio degli anni Ottanta, complice anche il variare delle condizioni climatiche per ritrovare l’interesse a questa coltivazione soprattutto nella provincia di Torino, in particolare nel Canavese, seguita da Alessandria e Asti. Qualche dato rilevato dalla settima edizione della guida al mondo dell’extravergine Flos Olei 2016 di Marco Oreggia, presentata a novembre: una superficie di 138 ettari olivetati, 3 frantoi attivi sul territorio e una produzione che, nella campagna olearia 2014-2015, si attesta sulle 3,6 tonnellate di olio, con una diminuzione dell'80,11% rispetto all'annata precedente. Attualmente la distribuzione degli impianti e delle aziende, che raggiungono il numero di 223, si trova in buona parte nel Monferrato, nella zona di Alessandria, oltre che in quelle di Torino, Cuneo e Asti dove si concentra la produzione.

Le varietà da olio diffuse sono quelle che più resistono a freddo e malattie: leccino, frantoio, pendolino e leccio del corno. Ma sono in corso ricerche per studiare quali siano invece le varietà più adatte al terreno, garantendo in futuro un incremento della produzione e un miglioramento della qualità. Nel 2009 è nata l’Asspo, Associazione olivicoltori piemontesi, che riunisce alcuni produttori e aiuta i soci nella trasformazione del raccolto in olio attraverso i tre frantoi presenti sul territorio.
Uno dei pionieri e protagonista dell’olivicoltura piemontese è sicuramente Valentino Veglio, la cui azienda si trova nella frazione Patro di Moncalvo d’Asti, per passione inizia a piantare i primi tre ulivi nel 1997, in seguito, per ragioni pratiche non riuscendo a seguire il vigneto, decide di modificare l’indirizzo culturale della sua azienda e trasformarlo in oliveto. Oggi possiede ben 5 ettari con 1.200 alberi, 14 varietà differenti che vengono portate in un frantoio in Liguria producendo tre tipi di olio: Origini (monocultivar frantoio, dalla storia particolare, le piante provengono da un ulivo di oltre centoquarantanni che si trova nel giardino del Santuario di Crea alla Tenuta Tenaglia), Evento (leccino 80% e poi maurino, grignan, favarol e redar) e Robur (leccino, carboncella, frantoio, moraiolo e grignan).
Abbiamo degustato proprio Robur, un blend che nasce dalla volontà di avere un olio dalle note sensoriali molto particolari, di grande complessità ed equilibrio aromatico e gustativo. Il risultato un fruttato leggero, giallo dorato intenso, che ricorda le erbe aromatiche, il carciofo, un retrogusto di mandorla amara, molto persistente e ben equilibrato. Ottimo sulle verdure, sull’albese di fassone.
Azienda agricola Piero Veglio
Cascina Coletto, 214036 Moncalvo - Fraz. Patro (At)
Tel - Fax: 0141.91786 / 329.2184316
www.olioveglio.it
valentinoveglio@libero.it


