L'Italia ha detto «Sì». L’acqua resta bene pubblico
Il quorum è stato raggiunto: l'affluenza alle urne per il referendum ha toccato il 57%. Il primo dei due quesiti sull'acqua ha incassato il 95,47% di "sì", il secondo il 95,95%. L'effetto? Restano attivi gli affidamenti del servizio a società pubbliche e si impedisce di fare profitti sull'acqua
L'acqua rimane un bene comune. è quanto ha sancito il raggiungimento del quorum nel referendum abrogativo (2 quesiti sull'acqua, uno sull'energia nucleare e uno sul legittimo impedimento per le alte cariche dello Stato) in cui gli italiani hanno votato il 12 e 13 giugno.

Per quanto riguarda i due quesiti sull'acqua - uno riguardante i servizi pubblici locali e l'altro la tariffa del servizio idrico - s'è recato ai seggi poco più del 57% degli aventi diritto. Il primo quesito ('Modalità di affidamento e gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica”) al momento ha fatto registrare il 95,47% di 'sì” conto il 4,53% di 'no”; il secondo ('Determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all'adeguata remunerazione del capitale investito”), invece, il 95,95% di 'sì” contro il 4,05% di 'no”. Una percentuale altissima per la quale i comitati già festeggiano.
Il primo quesito, molto complesso nella formulazione, mirava ad abrogare l'art. 23 bis (12 commi) del decreto legge 25 giugno 2008 n.112 'Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria”, a più riprese modificato da provvedimenti del 2009. La legge stabilisce come modalità ordinarie di gestione del servizio idrico l'affidamento a soggetti privati attraverso gara o l'affidamento a società a capitale misto pubblico-privato, all'interno delle quali il privato sia stato scelto attraverso gara e detenga almeno il 40%.
La normativa comunitaria non impone la privatizzazione dei servizi pubblici locali, ma consente agli Stati membri di mantenere la gestione pubblica e non impone una soglia minima di partecipazione dei privati nelle società miste. In pratica l'acqua resta di proprietà pubblica ma gli acquedotti e i servizi idrici possono essere privatizzati. Con la vittoria del sì restano, dunque, attivi gli affidamenti del servizio a società pubbliche, secondo la loro scadenza naturale, e gli enti locali saranno liberi di scegliere il modo di affidamento del servizio: a privati, a società miste (senza limiti minimi di partecipazione dei privati) oppure a società pubbliche.

L'altro referendum sull'acqua chiedeva l'abrogazione del comma 1, dell'art. 154 (Tariffa del servizio idrico integrato) del Decreto Legislativo n. 152 del 3 aprile 2006 "Norme in materia ambientale", limitatamente alla parte: 'dell'adeguatezza della remunerazione del capitale investito”.
Con la vittoria del 'sì”, la tariffa dovrà tenere conto della qualità della risorsa idrica e del servizio fornito, delle opere e degli adeguamenti necessari, dell'entità dei costi di gestione delle opere e della 'remunerazione del capitale investito”. Quest'ultima espressione attribuisce agli imprenditori privati una remunerazione ulteriore rispetto alla copertura dei costi. Ora l'importo della tariffa non potrà più tenere conto di tale remunerazione, ma solo della copertura dei costi, per impedire di fare profitti sull'acqua.

Per quanto riguarda i due quesiti sull'acqua - uno riguardante i servizi pubblici locali e l'altro la tariffa del servizio idrico - s'è recato ai seggi poco più del 57% degli aventi diritto. Il primo quesito ('Modalità di affidamento e gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica”) al momento ha fatto registrare il 95,47% di 'sì” conto il 4,53% di 'no”; il secondo ('Determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all'adeguata remunerazione del capitale investito”), invece, il 95,95% di 'sì” contro il 4,05% di 'no”. Una percentuale altissima per la quale i comitati già festeggiano.
Il primo quesito, molto complesso nella formulazione, mirava ad abrogare l'art. 23 bis (12 commi) del decreto legge 25 giugno 2008 n.112 'Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria”, a più riprese modificato da provvedimenti del 2009. La legge stabilisce come modalità ordinarie di gestione del servizio idrico l'affidamento a soggetti privati attraverso gara o l'affidamento a società a capitale misto pubblico-privato, all'interno delle quali il privato sia stato scelto attraverso gara e detenga almeno il 40%.
La normativa comunitaria non impone la privatizzazione dei servizi pubblici locali, ma consente agli Stati membri di mantenere la gestione pubblica e non impone una soglia minima di partecipazione dei privati nelle società miste. In pratica l'acqua resta di proprietà pubblica ma gli acquedotti e i servizi idrici possono essere privatizzati. Con la vittoria del sì restano, dunque, attivi gli affidamenti del servizio a società pubbliche, secondo la loro scadenza naturale, e gli enti locali saranno liberi di scegliere il modo di affidamento del servizio: a privati, a società miste (senza limiti minimi di partecipazione dei privati) oppure a società pubbliche.

L'altro referendum sull'acqua chiedeva l'abrogazione del comma 1, dell'art. 154 (Tariffa del servizio idrico integrato) del Decreto Legislativo n. 152 del 3 aprile 2006 "Norme in materia ambientale", limitatamente alla parte: 'dell'adeguatezza della remunerazione del capitale investito”.
Con la vittoria del 'sì”, la tariffa dovrà tenere conto della qualità della risorsa idrica e del servizio fornito, delle opere e degli adeguamenti necessari, dell'entità dei costi di gestione delle opere e della 'remunerazione del capitale investito”. Quest'ultima espressione attribuisce agli imprenditori privati una remunerazione ulteriore rispetto alla copertura dei costi. Ora l'importo della tariffa non potrà più tenere conto di tale remunerazione, ma solo della copertura dei costi, per impedire di fare profitti sull'acqua.

