Ristorazione di qualità Centrale per superare la crisi
La crisi dei consumi è stata il denominatore comune delle dinamiche europee degli ultimi anni. Per il presidente Fipe i segnali che vengono dai consumi non sono incoraggianti e l’Italia non è immune, ma la ristorazione può essere l’argine a questa deriva alimentata dalla logica del prezzo più basso
«La ristorazione rappresenta una fetta significativa del sistema economico europeo sia in termini di imprese sia di occupazione e domanda: oltre 1,5 milioni di imprese, sette milioni di occupati e una domanda aggregata di 500 miliardi di euro. Non esistono dunque settori produttivi di serie A e di serie B. Purtroppo i segnali che vengono dai consumi non sono incoraggianti. I dati ci dicono che l'Italia non è immune dal fenomeno, ma proprio la ristorazione può essere l'argine a questa deriva alimentata dalla logica del prezzo più basso. Ecco perché a tutti gli operatori della filiera e ai consumatori stessi lancio l'accorato appello a non abbandonare la strada della qualità».

Sarà questo uno dei passaggi più importanti di Lino Enrico Stoppani (nella foto sotto), presidente Fipe nel commentare la ricerca del Centro studi federale 'L'Europa al ristorante: consumi e imprese” con la quale verrà inaugurata 'Sapore 2011”, la quattro giorni di Mostra Internazionale dell'Alimentazione in calendario dal 19 al 22 febbraio alla Fiera di Rimini.
La ricerca esposta alla presenza dell'on. Paolo De Castro, presidente della commissione Agricoltura e sviluppo rurale del Parlamento europeo e di altri autorevoli personalità, mira a individuare qual è il valore dei consumi alimentari nell'Unione europea, se essi rappresentano una voce di spesa di primaria importanza e qual è il loro rapporto con altri tipi di consumo ed anche qual è l'impatto sui nuovi modelli di consumo. Sarà poi fatto un raffronto fra Italia e altri paesi dell'Unione e dell'Eurozona. Lo spaccato riguarderà anche il rapporto fra consumi domestici e consumi fuori casa.
La crisi dei consumi è stata il denominatore comune delle dinamiche economiche europee degli ultimi due-tre anni. Sotto questo profilo non c'è, dunque, un'eccezione Italia. Il nostro Paese, semmai, costituisce un capitolo a sé nella storia dei consumi di questo decennio perché presenta alcune specificità che meritano di essere interpretate, sia che si tratti dell'intensità della crisi, che della sua durata nel tempo, che, ancora, dei comportamenti di spesa degli italiani rispetto a quelli dei concittadini europei. Nel periodo 1999-2009 i consumi sono aumentati complessivamente, al netto dell'effetto prezzi, del 12,5% nella media dei 27 Paesi dell'Unione europea, del 13,8% nella media dei Paesi dell'eurozona e del 5,1% nel nostro Paese. Peggio di noi ha fatto solo il Portogallo.
Il solo biennio 2008/2009, quello della crisi 'dura e cruda” per intenderci, ha lasciato un segno profondo, salvo rare eccezioni, in tutta Europa anche e soprattutto in quei Paesi che più di altri si erano distinti, negli anni precedenti, per vivacità della domanda. E, tuttavia, molti Paesi sono andati meglio di noi. Rispetto alla media europea perdiamo terreno, principalmente, su quattro aree di consumo: alimentari, arredamento, comunicazioni, attività ricreative e cultural. Concentrando l'attenzione sui soli consumi alimentari dobbiamo rilevare che la flessione è stata doppia, in Italia, rispetto a quella registrata in Spagna e Germania, mentre in Francia la spesa delle famiglie per i prodotti alimentari è addirittura aumentata. L'alimentare sembra avere ancora nel nostro Paese ampi margini di razionalizzazione per far fronte alle emergenze che derivano da un reddito disponibile decrescente.
Per sovrastare la crisi globale, per nutrire le aziende italiane di nuova linfa e con vecchi/nuovi valori, si può pensare al Rinascimento italiano o alla grande stagione del design nel secondo dopo guerra. Connettere il presente a quei grandi periodi della storia italiana, può essere un'idea guida per il nostro tormentato presente. Anche nel primo Rinascimento, come adesso, la società era liquida, globale ma, anziché scoraggiarsi, le nostre imprese e i nostri mercanti hanno dato vita ad una delle più grandi fasi culturali ed economiche che mai il nostro paese abbia vissuto. I valori che si possono riprendere da quelle grandi fasi della nostra storia sono: la qualità e la passione per il fare, l'autenticità dell'esperienza che si vende o si propone e l'uso del design come strumento capace di mettere insieme forma e senso, artigianalità e tecnologia. Significa sperimentare in ogni attività, anche nelle più piccole e modeste, la cura e il gusto che nascono, o possono nascere, dall'incontro tra cultura e capacità di creazione, tra sensibilità e bellezza: è l'idea e l'orgoglio di pensare con le mani, è la passione per il lavoro fatto bene. In questa fase di rinascimento, occorre tenere in considerazione un ulteriore aspetto cruciale: le economia contemporanee più mature stanno evolvendo verso una competizione di nuovo tipo che al prodotto sostituisce il servizio.
L'innovazione, l'iper-competizione di prodotti sempre più simili, si basa in misura crescente sulla differenza di esperienza che attorno al prodotto l'azienda riesce a costruire per i propri clienti e consumatori. Questo vale in tutti i settori ad anche in quello food, dai produttori ai distributori ai pubblici esercizi. Non è più sufficiente innovare il prodotto, occorre una visione più ampia di prodotto-servizio e di esperienza di fruizione dello stesso. In questo ambito il ruolo del design nel food, come negli altri settori, non riguarda più solo l'innovazione del prodotto, ma quella dell'esperienza di consumo nel suo complesso.
Dal prodotto, al packaging, al modello si vendita, alle modalità di consumo del prodotto. è il mondo del 'Design dei servizi”. Il food può trarre dall'insegnamento del design dei servizi enormi possibilità per sfruttare in senso contemporaneo l'incredibile ricchezza del patrimonio enogastronomico italiano, reinterpretandolo in format e modelli di servizio nuovi e sorprendenti. Si tratta di vedere con occhi nuovi la nostra tradizione, di proporla al mondo in modo rinnovato.
Il mercato della ristorazione anche nel nostro Paese, che pure ha grandi tradizioni enogastronomiche, può dirsi ormai globale, non solo per il rapido evolversi della società verso assetti multietnici ma anche per un crescente gradimento da parte della domanda, soprattutto giovanile, ma non solo, di sapori e di esperienze nuove.
La Mission fondamentale di Fipe è quella di affiancare con successo le imprese nelle loro sfide di mercato, qualunque esse siano purché abbiano voglia di competere lealmente, con responsabilità sociale per soddisfare il consumatore. Fipe crede in un mercato democratico, fatto di regole giuste ( ma non esagerate), all'interno del quale le imprese possano operare esaltando i propri valori, le proprie capacità, con adeguata responsabilità sociale.
Il mercato della ristorazione e, più in generale , quello di tutti i pubblici esercizi (dalle mense ai ristoranti, ai bar, alle catene moderne , alle discoteche, agli stabilimenti balneari, alle sale bingo, ai casino) si trova in una fase di profondo cambiamento che Fipe ha l'ambizione di poter 'governare” in termini di 'vision” e di 'indirizzo”. In questo mercato, nel quale il ritmo del ricambio di aziende è molto cresciuto in questi anni, entrano, portando energie nuove e forza lavoro (quindi ricchezza) gli immigrati (nella grandi metropoli ormai 4 su 10 nuovi ingressi nel settore sono appannaggio di immigrati).Operare nel nostro Paese, soprattutto con riferimento alle problematiche igienico-sanitarie (ma non solo) è difficile per tutt : lo è per gli italiani, lo è ancor di più per chi non è padrone della lingua e non ha le stesse tradizioni alimentari. Sostanzialmente nasce da qui l'idea di destinare nuove attenzioni agli imprenditori immigrati che operano nel settore dei consumi 'fuori casa”, per aiutarli ad 'emanciparsi” nel nostro mercato.
La crescente pressione dei costi (dalle materie prime al lavoro) spinge la filiera a scaricare i costi a valle, con il rischio che a 'rimetterci” sia l'esercente.

Sarà questo uno dei passaggi più importanti di Lino Enrico Stoppani (nella foto sotto), presidente Fipe nel commentare la ricerca del Centro studi federale 'L'Europa al ristorante: consumi e imprese” con la quale verrà inaugurata 'Sapore 2011”, la quattro giorni di Mostra Internazionale dell'Alimentazione in calendario dal 19 al 22 febbraio alla Fiera di Rimini.
La ricerca esposta alla presenza dell'on. Paolo De Castro, presidente della commissione Agricoltura e sviluppo rurale del Parlamento europeo e di altri autorevoli personalità, mira a individuare qual è il valore dei consumi alimentari nell'Unione europea, se essi rappresentano una voce di spesa di primaria importanza e qual è il loro rapporto con altri tipi di consumo ed anche qual è l'impatto sui nuovi modelli di consumo. Sarà poi fatto un raffronto fra Italia e altri paesi dell'Unione e dell'Eurozona. Lo spaccato riguarderà anche il rapporto fra consumi domestici e consumi fuori casa.
La crisi dei consumi è stata il denominatore comune delle dinamiche economiche europee degli ultimi due-tre anni. Sotto questo profilo non c'è, dunque, un'eccezione Italia. Il nostro Paese, semmai, costituisce un capitolo a sé nella storia dei consumi di questo decennio perché presenta alcune specificità che meritano di essere interpretate, sia che si tratti dell'intensità della crisi, che della sua durata nel tempo, che, ancora, dei comportamenti di spesa degli italiani rispetto a quelli dei concittadini europei. Nel periodo 1999-2009 i consumi sono aumentati complessivamente, al netto dell'effetto prezzi, del 12,5% nella media dei 27 Paesi dell'Unione europea, del 13,8% nella media dei Paesi dell'eurozona e del 5,1% nel nostro Paese. Peggio di noi ha fatto solo il Portogallo. Il solo biennio 2008/2009, quello della crisi 'dura e cruda” per intenderci, ha lasciato un segno profondo, salvo rare eccezioni, in tutta Europa anche e soprattutto in quei Paesi che più di altri si erano distinti, negli anni precedenti, per vivacità della domanda. E, tuttavia, molti Paesi sono andati meglio di noi. Rispetto alla media europea perdiamo terreno, principalmente, su quattro aree di consumo: alimentari, arredamento, comunicazioni, attività ricreative e cultural. Concentrando l'attenzione sui soli consumi alimentari dobbiamo rilevare che la flessione è stata doppia, in Italia, rispetto a quella registrata in Spagna e Germania, mentre in Francia la spesa delle famiglie per i prodotti alimentari è addirittura aumentata. L'alimentare sembra avere ancora nel nostro Paese ampi margini di razionalizzazione per far fronte alle emergenze che derivano da un reddito disponibile decrescente.
Per sovrastare la crisi globale, per nutrire le aziende italiane di nuova linfa e con vecchi/nuovi valori, si può pensare al Rinascimento italiano o alla grande stagione del design nel secondo dopo guerra. Connettere il presente a quei grandi periodi della storia italiana, può essere un'idea guida per il nostro tormentato presente. Anche nel primo Rinascimento, come adesso, la società era liquida, globale ma, anziché scoraggiarsi, le nostre imprese e i nostri mercanti hanno dato vita ad una delle più grandi fasi culturali ed economiche che mai il nostro paese abbia vissuto. I valori che si possono riprendere da quelle grandi fasi della nostra storia sono: la qualità e la passione per il fare, l'autenticità dell'esperienza che si vende o si propone e l'uso del design come strumento capace di mettere insieme forma e senso, artigianalità e tecnologia. Significa sperimentare in ogni attività, anche nelle più piccole e modeste, la cura e il gusto che nascono, o possono nascere, dall'incontro tra cultura e capacità di creazione, tra sensibilità e bellezza: è l'idea e l'orgoglio di pensare con le mani, è la passione per il lavoro fatto bene. In questa fase di rinascimento, occorre tenere in considerazione un ulteriore aspetto cruciale: le economia contemporanee più mature stanno evolvendo verso una competizione di nuovo tipo che al prodotto sostituisce il servizio.
L'innovazione, l'iper-competizione di prodotti sempre più simili, si basa in misura crescente sulla differenza di esperienza che attorno al prodotto l'azienda riesce a costruire per i propri clienti e consumatori. Questo vale in tutti i settori ad anche in quello food, dai produttori ai distributori ai pubblici esercizi. Non è più sufficiente innovare il prodotto, occorre una visione più ampia di prodotto-servizio e di esperienza di fruizione dello stesso. In questo ambito il ruolo del design nel food, come negli altri settori, non riguarda più solo l'innovazione del prodotto, ma quella dell'esperienza di consumo nel suo complesso.
Dal prodotto, al packaging, al modello si vendita, alle modalità di consumo del prodotto. è il mondo del 'Design dei servizi”. Il food può trarre dall'insegnamento del design dei servizi enormi possibilità per sfruttare in senso contemporaneo l'incredibile ricchezza del patrimonio enogastronomico italiano, reinterpretandolo in format e modelli di servizio nuovi e sorprendenti. Si tratta di vedere con occhi nuovi la nostra tradizione, di proporla al mondo in modo rinnovato.
Il mercato della ristorazione anche nel nostro Paese, che pure ha grandi tradizioni enogastronomiche, può dirsi ormai globale, non solo per il rapido evolversi della società verso assetti multietnici ma anche per un crescente gradimento da parte della domanda, soprattutto giovanile, ma non solo, di sapori e di esperienze nuove. La Mission fondamentale di Fipe è quella di affiancare con successo le imprese nelle loro sfide di mercato, qualunque esse siano purché abbiano voglia di competere lealmente, con responsabilità sociale per soddisfare il consumatore. Fipe crede in un mercato democratico, fatto di regole giuste ( ma non esagerate), all'interno del quale le imprese possano operare esaltando i propri valori, le proprie capacità, con adeguata responsabilità sociale.
Il mercato della ristorazione e, più in generale , quello di tutti i pubblici esercizi (dalle mense ai ristoranti, ai bar, alle catene moderne , alle discoteche, agli stabilimenti balneari, alle sale bingo, ai casino) si trova in una fase di profondo cambiamento che Fipe ha l'ambizione di poter 'governare” in termini di 'vision” e di 'indirizzo”. In questo mercato, nel quale il ritmo del ricambio di aziende è molto cresciuto in questi anni, entrano, portando energie nuove e forza lavoro (quindi ricchezza) gli immigrati (nella grandi metropoli ormai 4 su 10 nuovi ingressi nel settore sono appannaggio di immigrati).Operare nel nostro Paese, soprattutto con riferimento alle problematiche igienico-sanitarie (ma non solo) è difficile per tutt : lo è per gli italiani, lo è ancor di più per chi non è padrone della lingua e non ha le stesse tradizioni alimentari. Sostanzialmente nasce da qui l'idea di destinare nuove attenzioni agli imprenditori immigrati che operano nel settore dei consumi 'fuori casa”, per aiutarli ad 'emanciparsi” nel nostro mercato.
La crescente pressione dei costi (dalle materie prime al lavoro) spinge la filiera a scaricare i costi a valle, con il rischio che a 'rimetterci” sia l'esercente.

