L'olio italiano deve rialzare la testa No ai condizionamenti spagnoli
Unaprol sollecita un patto fra produttori e industriali italiani per rilanciare un settore "drogato" dalle regole dettate dalla Spagna. Calano le vendite dell'evo generico ma crescono biologico, Dop e Igp
«Lo shopping dei marchi storici del made in Italy dell'olio di oliva non porta bene ai grandi gruppi stranieri ma ha già fatto molto male alle tasche degli italiani, che ora potrebbero essere chiamati a pagare anche i costi sociali delle scorribande spagnole nel Belpaese». Lo afferma Massimo Gargano presidente di Unaprol - consorzio olivicolo italiano al convegno dell'Assitol sul monitoraggio dell'olio di oliva di fronte all'ipotesi ventilata di possibili ripercussioni occupazionali in Italia per un deriva finanziaria del gruppo "Sos Cuetara", propietaria dei marchi Bertolli, Carapelli e Sasso.
Serve un nuovo patto tra produttori e industria seria del settore per riaccendere il motore dell'orgoglio nazionale e difendere il vero prodotto italiano dagli abusi. Nell'ultimo anno i prezzi dell'extra vergine hanno subito un calo di quasi il 25%. E oggi solo 0,71 centesimi di euro dividono il prezzo prodotto lampante dall'olio extra vergine di oliva che viene scambiato sul mercato a meno di 2,5 euro il chilo. Una strategia commerciale ben precisa e voluta dagli spagnoli per mettere fuori mercato i produttori di qualità italiana i cui costi sono per forza di cose più elevati, anche solo per i processi produttivi che tenegono conto di un'attenzione alla tipicità e all'esaltazione di aromi e profumi. Una situazione da tempo denunciata, fra i pochi in Italia, da "Italia a Tavola".
«Credo che qualcuno abbia corso dietro la volpe sbagliata cercando di imitare i modello spagnolo per finire impallinato nel vortice dei ribassi e impellicciato sul mercato». Il made in Italy è un valore riconosciuto dal mercato perchè continua a generare valore a lunga scadenza «ma non può essere confuso in alcun modo con l'indicazione dell'origine obbligatoria in etichetta - ha concluso Gargano - che rappresenta il gioiello di famiglia che tutti, con l'entrata in vigore dal prossimo 1° luglio del Regolamento CE n. 182, dobbiamo difendere altrimenti si finirà per far fare gli affari agli altri».
Sempre più difficile produrre l'olio in Italia
Un 2009 difficile per l'industria olearia. Questa è intanto la previsione di ASSITOL, che presentando il nuovo Monitoraggio degli oli d'oliva e di sansa, ha illustrato i risultati dello studio relativi ai primi quattro mesi dell'anno. I dati descrivono un comparto pesantemente colpito dalla crisi economica. In particolare, l'Associazione italiana dell'industria olearia stigmatizza alcuni fattori contingenti, come il costante ribasso dei prezzi della materia prima che si è tradotto in una forte riduzione del prezzo al consumo, ed una delicata congiuntura internazionale, che ha messo in difficoltà il nostro export.
Un'occhiata alle cifre conferma la valutazione degli industriali di settore. In aprile si nota una nuova forte contrazione delle vendite degli oli d'oliva da parte delle nostre imprese, soprattutto dell'olio extravergine, prodotto da sempre trainante per l'intero comparto, che cala del 19,2%. Molto bene, invece, il biologico, (+25,6), mentre le Dop e Igp, pur vivendo un buon momento (+16,7%), si riconfermano prodotti di nicchia.
Per l'olio d'oliva, la riduzione è pari al 5,3%. Non a caso, si assiste ad una ripresa dell'olio di sansa (+26%). Se poi si prende in esame il periodo relativo a gennaio-aprile 2009, si vede che è l'olio extravergine a soffrire più di altri segmenti, con un calo del 15% delle vendite, seguito dall'olio d'oliva (-14,3). Anche le esportazioni, da sempre fiore all'occhiello del mercato dell'olio d'oliva, appaiono in affanno. In aprile la diminuzione dell'intero comparto è davvero pesante (-31,9%).
Nel periodo gennaio-aprile 2009 si hanno buone notizie solo per l'olio biologico, che registra una performance formidabile del 33,5%, a fronte del calo dell'extravergine (-12%), con l'olio DOP/IGP che diminuisce di oltre il 50%, e dell'olio d'oliva (- 8,9%). La crisi è però anche la conseguenza di vecchi problemi irrisolti. Il comparto oleario soffre di alcuni fattori negativi, che ASSITOL denuncia da tempo. Tra questi la costante carenza di investimenti nel settore produttivo in Italia, soprattutto se confrontata con il rilancio della produzione spagnola, e da una filiera agricola che fatica a comprendere le logiche di mercato. Inoltre, la competizione con alcuni Paesi che hanno avviato di recente la produzione (Australia, Nuova Zelanda, Argentina, Cile) si è fatta più serrata.
Ecco perchè, accanto all'attuale calo dei consumi, l'Associazione guarda con preoccupazione al decreto di attuazione del nuovo regolamento, che rischia di non apportare alcun vantaggio al settore, poichè impone una serie di registrazioni contabili che andrebbero a sovrapporsi a quelle già previste per la tracciabilità e per motivi fiscali, aumentando così costi e oneri burocratici. Per uscire dalla crisi, ASSITOL chiede alle istituzioni competenti un'attenzione più consapevole ai problemi di tutto il comparto. In tal senso, l'Associazione propone maggiori investimenti nel settore, in particolare nella promozione all'estero.
Articoli correlati:
Olio, l'etichetta non garantirà né la qualità, né la salute
Fallito il colpo di mano per annullare - la trasparenza sull'olio

