Il mondo dell'olio si divide E nascono i doppioni
Gelo tra industriali e olivicoltori. Unaprol, Cno e Unasco, le tre più rappresentative unioni di olivicoltori. Nascono due marchi: Alta Qualità (Cno) e I00% (Unaprol e Unasco), basati però sullo stesso disciplinare
Il mondo dell'olivo e dell'olio italiano è in cerca di nuovi equilibri e non mancano occasioni di scontro, con qualche incidente «diplomatico». Gli ultimi anni hanno segnato sia l'olivicoltura, con un crollo delle quotazioni che ha visto il minimo storico proprio in questa campagna olearia, meno di 2 euro/kg, sia per l'industria con la vendita di alcuni importanti marchi nazionali, come Carapelli e Bertolli, alla spagnola Sos Cuetara.
Le attuali difficoltà del colosso iberico sono un'ulteriore motivo di preoccupazione e tensione all'interno del settore. Nel mondo associazionistico, intanto, gli animi si stanno scaldando. Dopo le polemiche sull'etichettatura d'origine, risolte con apparente reciproca soddisfazione, tra Assitol (Associazione italiana dell'industria olearia) e Unaprol (Consorzio olivicolo italiano) è tornato un clima di ostilità. In questo contesto la proposta di Confagricoltura di un rilancio del tavolo dell'interprofessione «rendendolo più snello, più operativo e più efficace per il settore olivicolo», appare assai complicata, emergendo piuttosto chiaramente che in Italia non esiste un'unica filiera dell'olio di oliva, ma per lo meno due: una che fa capo a olivicoltori e frantoiani e una a industriali e imbottigliatori. Grandi coalizioni che stanno rinsaldandosi al loro interno, marcando meno le differenze e cercando di fare squadra.
È quanto accaduto tra Unaprol, Cno e Unasco, le tre più rappresentative unioni di olivicoltori, che insieme hanno redatto e depositato presso Certiquality un unico disciplinare di produzione d'alta qualità. Una sinergia mai pubblicizzata come tale e che ha anzi generato due diversi marchi: Alta Qualità (Cno) e I00% (Unaprol e Unasco), basati però sullo stesso disciplinare. Assitol e Federolio, la rappresentante degli imbottigliatori e commercianti, non sono mai stati coinvolti in questo progetto, quasi che il Made in Italy fosse esclusivo appannaggio di olivicoltori e frantoiani. L'industria italiana viceversa rivendica con orgoglio l'italianità delle proprie produzioni, svincolandola dal solo concetto produttivo, e ancorandola invece al know how, alle capacità e competenze dei nostri tecnici. Visioni evidentemente divergenti che si stanno animatamente confrontando al tavolo del piano olivicolo nazionale. Anche in Spagna, dove tradizionalmente il settore dell'olio d'oliva si presentava più compatto, le frizioni tra produttori e industriali sono crescenti e hanno portato a manifestazioni di piazza degli olivicoltori per la discesa verticale del prezzo all'ingrosso dell'extra vergine. La crisi sta ugualmente attanagliando il mondo olivicolo spagnolo e italiano ma divergenti appaiono le soluzioni ideate e tracciate dalle rispettive associazioni di produttori. In Spagna si sta reclamando a gran voce per l'introduzione di indicazioni salutistiche in etichetta, sulla scia di quanto deciso dalla Food and Drug Administration statunitense che ha autorizzato il claim «fa bene alla salute». L'Italia, invece, punta tutto sull'origine e il legame con il territorio per valorizzare i propri oli extra vergini d'oliva.
di Alberto Grimelli
Fonte: Italia Oggi

