Non c'è espresso italiano senza cultura. Quando il caffè diventa opera d'arte
Non sempre la contaminazione è un valore: come nella produzione artistica anche nella produzione dell’espresso italiano non si può prescindere da una sensibilità specifica. Solo chi possiede una cultura italiana può scegliere, miscelare e tostare caffè che si possono chiamare "espresso italiano"
Philippe Daverio, critico d'arte, ha recentemente mosso una critica severa verso gli artisti che, in un cliché forse un po' consumato, ambiscono a rivedere le proprie radici in una prospettiva globalizzata. Il mondo dell'arte è pieno di pittori nati a Mumbai e trasferitisi a New York, di scultori di Santiago del Cile che vivono e lavorano a Francoforte, di designer di Tokyo che lavorano a Londra. Personaggi che si propongono come uomini dei due mondi, di quello da cui vengono e di quello in cui operano, che fanno della contaminazione la loro bandiera ma che in verità producono spesso opere banali e insipide proprio perché non collocabili in un contesto specifico. Quanto è meglio, invece, l'artista che coltiva il rapporto con la propria terra e che filtra quindi attraverso la propria sensibilità le istanze di un territorio.Così è anche per chi lavora nella grande e globalizzata industria dell'espresso. Come si può pensare di produrre miscele per espresso italiano senza avere uno stretto legame con il Belpaese? Solo chi possiede una cultura italiana può scegliere, miscelare e tostare caffè che si possono chiamare espresso italiano. Probabilmente il recente Salone internazionale del caffè è stata l'occasione migliore per dimostrare questo fatto ai sempre numerosissimi visitatori dall'estero. Potere parlare di espresso italiano in Italia, poterlo farlo assaggiare e provare da padroni di casa, è indubbiamente una bella soddisfazione. Quest'edizione del Salone internazionale del caffè ha dato inoltre al settore segnali positivi, il che non guasta certo in un periodo così travagliato.
Ma, tornando alla cultura italiana, a questa componente che è alla base della sensibilità e dell'azione di chi produce espresso italiano, c'è da dire che questa va coltivata. Per questo motivo il 22 novembre una dozzina di torrefazioni aderenti all'Istituto nazionale espresso italiano apriranno le loro porte al pubblico. Per fare vedere alla gente cosa c'è dentro una torrefazione, per fargli scoprire il processo che trasforma il caffè crudo nei grani che poi ci regalano la tazzina al bar. Ma credo che sarà anche un'occasione per i nostri torrefattori di ascoltare proprio chi al bar va tutti i giorni a bere il loro caffè. Uno scambio di conoscenze quindi, una scambio culturale tra chi produce e chi gode del prodotto, nell'ottica di lavorare sempre con più passione.
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