2004: AL BARCALO DEL CAFFE' ESPRESSO
I consumi di caffè al bar sono in diminuzione: dal 1999 al 2004 sono calati del 20% (fonte: Nielsen). Per un settore che vede operare circa 700 aziende medio piccole e che annovera circa 240 mila pubblici esercizi, nei quali ogni anno si servono 14 miliardi di tazzine di caffè, si tratta di un notevole campanello d'allarme. Senza fare di ogni erba un fascio, una qualità scadente sta minando una tra le risorse italiane più preziose, indegna della gloriosa tradizione del nostro Paese, non più all'altezza di uno dei miti e dei simboli dell'Italian Style. 
è stato Duilio Matrullo, vice presidente di Bain & Company, apprezzata società di consulenza strategica per le aziende, al Convegno 'I debiti del caffè al bar: problemi e prospettive in un settore in cerca di riqualificazione”, svoltosi al Marriott Hotel di Milano e promosso dalla rivista Mixer e da Fipe-Confcommercio, a evidenziare due fenomeni che contribuiscono a rendere scadente la qualità del caffè nei bar: innanzitutto negli ultimi anni è cresciuto di almeno il 30% il consumo del caffè vietnamita, di cui l'Italia è ormai diventato primo paese importatore, considerato scadente; non è raro poi che gli esercenti accettino di accollarsi partite di caffè scadente in cambio di finanziamenti, attrezzature in comodato d'uso, benefit e regali assortiti. Un andazzo che penalizza il cliente e, in ultima analisi, gli incassi del bar. Altri argomenti 'caldi”: la catena del valore nel mercato mondiale del caffè dal crudo al bar, i consumi e il trend in Italia, il probabile, imminente aumento dei prezzi. Nicola Piepoli, presidente dell'omonimo istituto, ha affermato che in Italia si consumano 5,4 chili pro capite di caffè l'anno, contro i 5,3 della Francia e i 2,2 della Gran Bretagna. Con riferimento specifico al mercato italiano, nel periodo 1994-2001 si nota una certa stabilità nel consumo di caffè. Si tratta quindi di un mercato 'maturo”, caratterizzato da una sensibile predilezione per il consumo 'fuori casa”, e nel quale l'unico segmento che mostra una certa vivacità è quello del 'decaffeinato”. Da parte sua Luciano Sbraga, direttore del Centro studi Fipe-Confcommercio, ha evidenziato che il caffè resta un punto di forza del bar italiano, di cui costituisce il 30% del fatturato, mentre per quanto concerne i consumi, un bar su cinque ogni giorno ne utilizza circa un chilo e solo un bar su dieci ne consuma 2,5 kg. La causa del calo non è dovuta solo al caro euro. è che il caffè servito al bar non è più buono come una volta. Punto di arrivo di questo percorso analitico è stata la tavola rotonda, coordinata da Antonio Lubrano, che ha concluso il convegno. Per la prima volta si sono confrontati i grandi nomi del caffè in Italia, come Giacomo Biviano della Illy, Roberto Consonni di Lavazza, Marco Borghesi di Segafredo, Daniele Bert de La Cimbali e Giorgio Rancilio della Rancilio, tutti concordi in una strategia comune, nel lanciare un segnale d'allarme per trovare soluzioni adeguate. Insomma, una sorta di Stati Generali per il caffè.

è stato Duilio Matrullo, vice presidente di Bain & Company, apprezzata società di consulenza strategica per le aziende, al Convegno 'I debiti del caffè al bar: problemi e prospettive in un settore in cerca di riqualificazione”, svoltosi al Marriott Hotel di Milano e promosso dalla rivista Mixer e da Fipe-Confcommercio, a evidenziare due fenomeni che contribuiscono a rendere scadente la qualità del caffè nei bar: innanzitutto negli ultimi anni è cresciuto di almeno il 30% il consumo del caffè vietnamita, di cui l'Italia è ormai diventato primo paese importatore, considerato scadente; non è raro poi che gli esercenti accettino di accollarsi partite di caffè scadente in cambio di finanziamenti, attrezzature in comodato d'uso, benefit e regali assortiti. Un andazzo che penalizza il cliente e, in ultima analisi, gli incassi del bar. Altri argomenti 'caldi”: la catena del valore nel mercato mondiale del caffè dal crudo al bar, i consumi e il trend in Italia, il probabile, imminente aumento dei prezzi. Nicola Piepoli, presidente dell'omonimo istituto, ha affermato che in Italia si consumano 5,4 chili pro capite di caffè l'anno, contro i 5,3 della Francia e i 2,2 della Gran Bretagna. Con riferimento specifico al mercato italiano, nel periodo 1994-2001 si nota una certa stabilità nel consumo di caffè. Si tratta quindi di un mercato 'maturo”, caratterizzato da una sensibile predilezione per il consumo 'fuori casa”, e nel quale l'unico segmento che mostra una certa vivacità è quello del 'decaffeinato”. Da parte sua Luciano Sbraga, direttore del Centro studi Fipe-Confcommercio, ha evidenziato che il caffè resta un punto di forza del bar italiano, di cui costituisce il 30% del fatturato, mentre per quanto concerne i consumi, un bar su cinque ogni giorno ne utilizza circa un chilo e solo un bar su dieci ne consuma 2,5 kg. La causa del calo non è dovuta solo al caro euro. è che il caffè servito al bar non è più buono come una volta. Punto di arrivo di questo percorso analitico è stata la tavola rotonda, coordinata da Antonio Lubrano, che ha concluso il convegno. Per la prima volta si sono confrontati i grandi nomi del caffè in Italia, come Giacomo Biviano della Illy, Roberto Consonni di Lavazza, Marco Borghesi di Segafredo, Daniele Bert de La Cimbali e Giorgio Rancilio della Rancilio, tutti concordi in una strategia comune, nel lanciare un segnale d'allarme per trovare soluzioni adeguate. Insomma, una sorta di Stati Generali per il caffè.
Marino Fioramonti

